di Emanuele Esposito
Vi offro un’opinione personale, senza ipocrisie.
Al referendum sulla giustizia voterò SÌ. Non per disciplina di partito, non per tifoseria politica e nemmeno perché “me lo chiede il governo”.
Voterò SÌ perché, dopo anni di dibattiti, scandali, correnti, veleni e ipocrisie, credo sia arrivato il momento di mettere ordine. E soprattutto perché difendere la magistratura non significa renderla intoccabile, ma renderla più credibile.
Chi racconta la separazione delle carriere come una vendetta contro i magistrati o come un colpo alla democrazia sta facendo propaganda, non informazione. Io parto da una considerazione semplice, quasi banale: chi accusa e chi giudica fanno due mestieri diversi. Punto. Non è una colpa, non è una diminuzione di status, non è una punizione. È una constatazione.
In qualsiasi altro ambito della vita pubblica pretendiamo ruoli chiari e responsabilità distinte. Nella giustizia, invece, dovremmo accettare un sistema che agli occhi dei cittadini appare sempre più opaco? Io no.
Il giudice deve essere terzo anche nella percezione, non solo nei manuali di diritto. Chi dice che “questa riforma non accorcia i processi” dice una cosa vera, ma anche irrilevante. Il problema della giustizia italiana non è solo il tempo, è il potere concentrato, gestito da pochi, spesso organizzato in correnti, talvolta autoreferenziale.
Il CSM, così come lo abbiamo conosciuto, non è più difendibile a occhi chiusi: gli scandali non li hanno inventati i giornali né i governi, li ha visti il Paese intero. Separare i CSM, dividerne le funzioni, togliere il potere disciplinare all’organo che governa le carriere è, per me, una scelta di igiene democratica. Chi ha davvero a cuore l’indipendenza della magistratura dovrebbe volerla meno esposta, non più chiusa.
Un altro grande equivoco: questa riforma non mette i magistrati “sotto il controllo della politica”. L’Alta Corte disciplinare non è un tribunale politico, è un organo autonomo che separa finalmente chi governa le carriere da chi giudica gli errori. Chiedere responsabilità non significa limitare l’indipendenza. Al contrario: un potere forte è un potere che accetta controlli chiari, non che li teme.
Non è vero che “così i magistrati avranno paura”. Chi lavora bene non ha nulla da temere. Chi sbaglia, come in ogni altro ambito dello Stato, deve risponderne. C’è poi un argomento che mi convince ancora di più a votare SÌ: l’idea per cui chiunque critichi l’assetto attuale della magistratura sia automaticamente un nemico della Costituzione. È un ricatto morale che non accetto più. La Costituzione non è un santuario immobile, è un organismo vivo. E se uno strumento di autogoverno non funziona più come dovrebbe, si riforma. Non si mitizza.
Come ha spiegato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il punto non è colpire la magistratura, ma restituirle autorevolezza. E l’autorevolezza non nasce dall’immunità, nasce dalla fiducia.
Perché il SÌ è una scelta di maturità democratica
Voterò SÌ perché voglio regole più chiare, ruoli distinti, meno correnti e più merito. Voglio una giustizia forte ma comprensibile, non chiusa in una torre d’avorio.
La politica passerà, i governi cambieranno, ma questa riforma – se approvata – resterà. E allora preferisco assumermi la responsabilità di una scelta che guarda avanti, piuttosto che rifugiarmi nel “meglio non toccare nulla”.
Votare SÌ non significa essere contro i magistrati. Significa essere dalla parte dei cittadini, di uno Stato di diritto più equilibrato, di una giustizia che non abbia bisogno di difendersi dalle critiche perché sa di poterle reggere.
