Non c’erano soldi, non c’erano strutture moderne, ma c’era una visione: il calcio doveva essere disciplina, educazione, amicizia. E così, a piccoli passi, con campi da gioco spesso rattoppati, palloni consumati e la passione che scaldava ogni allenamento, prese vita una delle realtà più amate dalla città. Il vento del destino soffia forte nel 1971-72. La squadra Juniores della Rivera scrive una pagina che resterà incisa nella memoria: partita dopo partita, gol dopo gol, i ragazzi materani arrivano fino alla finale nazionale e la vincono. Un’impresa straordinaria: una società di provincia che, con umiltà e sacrificio, mette in fila realtà ben più attrezzate e si porta a casa il titolo italiano Juniores Dilettanti.
Quelle immagini sono ancora vivide nei ricordi: le maglie rossonere sudate, i visi giovani e increduli, i pullman scassati che riportavano a casa ragazzi diventati, per un giorno, eroi. Fu la consacrazione di un vivaio che sapeva trasformare il sogno in realtà.
I ragazzi che diventarono uomini, e campioni. Tra tutti spicca il nome di Franco Selvaggi, nato nella vicina Pomarico ma cresciuto nei campetti della Rivera. Da lì partì la sua scalata: Ternana, Cagliari, Torino, Udinese, Inter. E soprattutto la convocazione ai Mondiali del 1982, quelli che resero l’Italia campione del mondo. Non scese in campo, ma il suo nome rimane per sempre legato a quella notte di Madrid: da Matera alla Coppa del Mondo, il simbolo di quanto lontano si può andare partendo dal basso.
Poi ci sono le storie di chi ha costruito carriere più silenziose ma non meno significative. Angelo Angelino, che con la Rivera si fece notare prima di vestire la maglia del Matera in Serie C e poi tornare, da dirigente, a sostenere i giovani del territorio. Walter Chisena, uno di quei ragazzi che nel ’72 vinsero il titolo nazionale, che ricorda ancora i viaggi con una busta di plastica al posto del borsone, le trasferte improvvisate e la magia di scoprire che i sogni, a volte, diventano realtà.
Ogni grande storia ha i suoi custodi. Per la Rivera furono i dirigenti e gli allenatori a scrivere le pagine più silenziose ma decisive.
Cenzino Epifania, il fondatore, era l’anima e il motore: un uomo che trasformava ogni difficoltà in possibilità. Domenico Di Pede, collezionista di ricordi e custode della memoria storica, ha preservato foto e documenti che oggi raccontano quella epopea.
Carlo Abbatino, allenatore indimenticato, plasmò con rigore e sensibilità generazioni di ragazzi: sotto la sua guida arrivarono i più grandi successi. La sua morte prematura lasciò un vuoto profondo, ma anche un’eredità incancellabile.
Con il passare degli anni, la Gianni Rivera cambiò pelle. Nel 1977 divenne Pro Matera, mantenendo viva la missione formativa. Ma la svolta arriva nel 1988, quando la crisi del Matera Calcio portò alla fusione delle due realtà: i ragazzi e i colori della Rivera vennero ceduti al club cittadino, segnando l’inizio di una nuova era. Fu un passaggio sofferto, ma inevitabile: la società non morì, ma si trasformò, diventando parte integrante della storia più ampia del calcio materano.
Il valore più grande: la comunità. Oggi, guardando indietro, non sono solo i titoli o i nomi famosi a restare. Sono le storie di comunità: i ragazzini che rincorrevano il pallone nei campetti di periferia, i genitori che facevano chilometri per seguire una partita, gli allenatori che insegnavano a rialzarsi dopo una sconfitta. La Gianni Rivera non è stata soltanto una squadra: è stata una scuola di vita. Ha insegnato che si può vincere e perdere, ma ciò che conta è crescere insieme. Ha dimostrato che il calcio, quando è autentico, può diventare un patrimonio culturale e umano di una città intera.
Perché la Rivera non è un nome scolorito dal tempo. È una traccia viva di Matera, un pezzo d’identità che appartiene a chiunque ami il calcio, la sua città e i valori dello sport. (fonte: La Voce di Matera)
