Colpa del maltempo

Di Marco Testa

La settimana scorsa, un caro amico, mi ha inviato un breve video che raffigurava un solerte ex-presidente di un’associazione religiosa (che ora si è dato il titolo di “coordinatore” insieme ad un amico – perché l’associazione è stata liquidata) che, parlando a un pubblico non così numeroso, si rivolgeva ai convenuti lamentando con queste parole: “potevamo essere di più oggi, ma a causa del maltempo…”.  

Come a dire che il fatto che siano rimasti ormai quasi solo ottuagenari o coppie di moglie e marito, in quella che una volta era un’importante associazione, sia colpa di una giornata di pioggia che ha allontanato gli ex-soci che ora soci non sono più.

Ci vuole coraggio, quel tipo di coraggio che spesso confina con l’illusione. Si cercano scuse esterne, eventi meteorologici o coincidenze per spiegare ciò che invece è il naturale declino di realtà che hanno smesso di interrogarsi sul senso della propria esistenza… personalismo a parte. 

Quindi, è più facile prendersela con la pioggia che domandarsi perché non piova più entusiasmo, idee o persone, quando quelle stesse persone sono state allontanate perché ritenute “pericolose”. Quelle sedie vuote non sono il risultato del maltempo, ma di una grottesca autoreferenzialità e nostalgia mal digerita.

Basterebbe un po’ di onestà intellettuale per ammettere che la realtà si è spostata altrove, dove si cercano comunità vere, significato e partecipazione e dove non ci sono più vecchi dei tromboni che dicono “i giovani non sono interessati”. Ma questo discorso richiede visione, non solo un titolo. Visione che i “coordinatori” stentano ad immaginare. Difendere un nome, un simbolo o un titolo diventa vanità travestita da fedeltà alla tradizione.

Assistiamo così ad una lenta e inesorabile agonia di ciò che un tempo era vivo e restiamo a guardare dalla finestra alla vera tempesta, non quella meteorologica, ma quella del tempo che passa e spazza via il vuoto per lasciare spazio a qualcosa di nuovo.