Qui non si fa politica

Spesso sento personaggi dire: “io non faccio politica”, oppure “la nostra organizzazione è apolitica”.  Eppure, volenti o nolenti, tutti facciamo politica. 

Non nel senso dei partiti, delle campagne elettorali o delle poltrone parlamentari, ma nel fatto che ogni scelta che compiamo nella vita pubblica – e spesso anche nella sfera privata – assume una dimensione politica, ovvero si propone di presentare una visione, difendere una prospettiva. 

Decidere di partecipare o di restare in silenzio, di informarsi o di voltarsi dall’altra parte, di aiutare qualcuno o di ignorarlo, significa prendere posizione nel mondo in cui viviamo. Il nostro giornale, ad esempio, porta avanti al sua politica a favore dell’informazione pluralista; l’associazione di giovani si occupa delle politiche giovanili e via dicendo.

Dire “sono apolitico” è già, in sé, una posizione politica. È la scelta di non esporsi, di non schierarsi, di lasciare che siano altri a decidere. Ma anche questo ha conseguenze, perché lo spazio sociale che non occupiamo noi viene riempito da qualcun altro. 

La storia dimostra continuamente come i grandi cambiamenti, positivi o negativi, non avvengano solo per la volontà di chi agisce, ma anche per il silenzio dei molti che osservano.

La politica non vive solo nei palazzi del potere, ma nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle parrocchie, nei club sportivi, nelle associazioni di volontariato, nei quartieri. Ogni volta che discutiamo di diritti, di doveri, di come distribuire risorse o opportunità, stiamo facendo politica. 

Anche scegliere di chiamare un’associazione “indipendente” e “apolitica” spesso significa volerla sottrarre al confronto, come se il confronto delle idee fosse qualcosa di sporco o pericoloso, anziché il cuore stesso della vita democratica e del bene comune.

In fondo, il problema, non è la politica in sé, ma l’idea distorta che ne abbiamo, anche a causa di chi ne ha fatto qualcosa di personalistico, piuttosto che un servizio per la nostra comunità.