Caro Direttore

Caro Direttore,

la riflessione di Luigi De Luca pubblicata nella scorsa edizione tocca un tema delicato e importante, che merita di essere affrontato con equilibrio e rispetto, evitando ogni forma di discriminazione verso gli operatori sanitari, molti dei quali svolgono il proprio lavoro con professionalità, dedizione e umanità, indipendentemente dalla loro origine.

Il punto centrale non è “chi” presta assistenza, ma come questa assistenza viene offerta, soprattutto in contesti dove la maggioranza dei residenti appartiene a una specifica comunità culturale, come quella italiana.

Nelle case di riposo a prevalenza di anziani italiani, la lingua, il tono, il modo di porre una domanda e la comprensione del concetto di pudore non sono dettagli marginali, ma elementi essenziali della qualità della cura. 

A questi aspetti si aggiunge un fattore fondamentale e spesso sottovalutato: la barriera linguistica. Molti anziani, con l’avanzare dell’età o a causa di patologie cognitive, tendono a regredire alla lingua madre, spesso anche a forme di linguaggio dialettale, trovando difficoltà a comprendere e a esprimersi in inglese. Questo può generare frustrazione, insicurezza e un senso di smarrimento che incide profondamente sul loro benessere emotivo.

Alla difficoltà linguistica si lega anche un altro rischio concreto: la scarsa socializzazione. Quando un anziano non riesce a comunicare con facilità, tende progressivamente a isolarsi, riducendo le interazioni non solo con il personale, ma anche con altri residenti. L’isolamento sociale, a sua volta, può aggravare stati di tristezza, ansia e declino cognitivo, compromettendo la qualità della vita tanto quanto un problema fisico.

In questo contesto, diventa importante anche favorire, dove possibile, la presenza di personale con background culturale e linguistico italiano. Non come forma di esclusione, ma come valore aggiunto capace di facilitare la comunicazione, creare fiducia e offrire agli anziani un senso di familiarità e sicurezza. Sentirsi compresi nella propria lingua e nelle proprie abitudini culturali può fare una grande differenza nella quotidianità di una persona fragile.

Negli ultimi anni, è evidente come la presenza di operatori di origine europea, e in particolare italiana, sia andata diminuendo, mentre la popolazione anziana italiana continua a crescere. Questa discrepanza non è nuova. Circa dieci anni fa, fu condotta un’indagine rivolta alle case di cura con forte presenza italiana, per valutare l’impatto che un’eventuale apertura dell’immigrazione ad operatori sanitari di origine italiana avrebbe potuto avere sul settore.

I risultati mostrarono un interesse concreto e un potenziale occupazionale significativo. Purtroppo, quella ricerca non ebbe un seguito operativo, pur avendo suscitato attenzione anche tra i parlamentari italiani eletti all’estero.

Oggi, più che mai, non si tratta di creare divisioni, ma di rafforzare la formazione culturale, la sensibilità comunicativa e il rispetto dell’intimità degli anziani. In un Paese multiculturale come l’Australia, la competenza culturale e linguistica dovrebbe essere considerata parte integrante della professionalità sanitaria.

Riconoscere che per molti anziani italiani certe modalità comunicative risultano intrusive o incomprensibili non significa criticare il sistema, ma migliorarne la qualità.