Promuoversi autori e professori d’italiano

Negli ultimi anni, l’Australia è diventata un palcoscenico per un fenomeno curioso e preoccupante: giovani italiani arrivano nel Paese con la valigia in mano e, quasi subito, si trasformano in “professori d’italiano”. Non importa l’esperienza reale, non importa la preparazione didattica: basta aver pubblicato un libro su Amazon, vantare qualche laurea in lettere o semplicemente dichiararsi nativi, e subito si diventa “autori” e “esperti”. E così, con un profilo social ben curato e qualche post suggestivo, chiunque può mettere a disposizione la lingua italiana come se fosse un prodotto da vendere.

Il problema non è la voglia di lavorare o di arrotondare: è legittimo cercare opportunità all’estero. Il problema è la banalizzazione della cultura italiana e della professione di insegnante. L’italiano non è un gadget da vendere, non è una “skill” da mostrare su Instagram. È una lingua viva, stratificata, con secoli di letteratura, storia e pensiero dietro ogni parola. Eppure, basta qualche ora di conversazione, qualche esercizio di grammatica e un e-book autopubblicato per convincere studenti ignari che stanno imparando da un “vero esperto”.

La facilità con cui ci si autopromuove solleva interrogativi inquietanti sulla percezione del sapere. La parola “autore” oggi sembra essere un titolo accessibile a chiunque abbia pubblicato qualcosa, anche senza editing, senza ricerca seria, senza spessore culturale. Allo stesso modo, il titolo di “insegnante d’italiano” viene conferito a chiunque parli italiano fluentemente, ignorando la pedagogia, la preparazione didattica e l’esperienza concreta. La passione per la lingua diventa un pretesto, il marketing personale prevale sulla competenza.

Questa situazione non fa bene né agli studenti né alla lingua. Gli studenti ricevono insegnamenti superficiali, privi di profondità, mentre la cultura italiana viene ridotta a un pacchetto di frasi fatte e stereotipi da social. È un mercato dell’apparenza, dove conta l’immagine più del contenuto, dove l’autopromozione ha sostituito la professionalità.

Serve un cambio di prospettiva: insegnare una lingua significa rispettarla, conoscerne la storia e la complessità, guidare gli studenti in un percorso autentico. Non basta aprire Zoom e qualche slide PowerPoint: serve formazione, dedizione e competenza reale. L’italiano non può essere un semplice strumento per arrotondare, né un titolo da brandizzare. 

È un patrimonio da trasmettere con serietà, non una moda da vendere al miglior offerente.