di Roberto Marchesini
Per la perdita di capacità di discernimento vocazionale, per la superficialità nella preparazione dei giovani sacerdoti; per non aver corretto scandali e problematiche affermazioni e per averlo abbandonato. Quattro j’accuse rivolti a seminario, diocesi di Milano e Chiesa italiana sul caso Ravagnani.
Don Alberto Ravagnani ha lasciato il sacerdozio; ovviamente è la fine di un percorso che poteva essere facilmente prevista. La sapienza della Chiesa ha sempre protetto i suoi figli dal mondo, con un abito particolare, facendo attenzione alle relazioni, ai comportamenti, eccetera; perché il mondo è nemico della vita spirituale. Tuffarsi nel mondo (palestra, ragazze, social media, palcoscenici, interviste…) senza una corazza spirituale e umana adeguata è come fare il bagno nella Senna senza scafandro da palombaro.
Con tutto il rispetto per l’abito e il bene che si vuole a tutti i sacerdoti, soprattutto a quelli giovani, appare evidente che questo giovane prete non fosse propriamente ben corazzato. Le sue bizzarrie («I cristiani pregano troppo», «Bisogna dire cose eterne con un linguaggio moderno», la Chiesa come «acqua sporca») e l’ingenuità giustificabile con la giovane età stupiscono, così come la superficialità intellettuale e spirituale.
Va aggiunto che la rinuncia al sacramento sacerdotale equivale all’adulterio: è la rinuncia a una promessa pubblica e solenne che impegna per la vita, «per tutti i giorni della mia vita». A questo punto, le domande fioccano: quale effetto può avere sul già fiaccato popolo di Dio? E sui giovani alla ricerca di Dio? Possibile che i superiori non abbiano mai avuto niente da ridire sulle sue bizzarrie? Il criterio per la promozione può essere il numero di follower e il successo mediatico?
Io accuso il seminario ambrosiano per la superficialità nella preparazione umana, teologica e spirituale dei giovani sacerdoti. Accuso la curia milanese per non aver corretto comportamenti e affermazioni problematiche e per aver abbandonato i sacerdoti. Accuso la Chiesa italiana per la trascuratezza delle strutture pastorali e per l’inerzia con cui trascina un modello ecclesiastico ormai inadeguato.
