di Esposito Emanuele
Il giorno dopo il referendum non sarà un giorno qualsiasi. Per me sarà l’inizio di una pausa: una pausa pubblica, dichiarata, consapevole. Non un gesto teatrale, non una fuga, ma una scelta di responsabilità.
Chi scrive di politica – soprattutto quando lo fa in una comunità come la nostra, fatta di italiani all’estero, famiglie, relazioni che si intrecciano tra amicizia e militanza – non può permettersi ambiguità. Non può giocare su due tavoli. Non può usare le parole come strumento di convenienza.
Negli ultimi mesi il clima si è fatto pesante. Non per il confronto – che è il sale della democrazia – ma per il livello del confronto: etichette, sospetti, doppie letture, interpretazioni forzate. Chi vota in un modo diventa automaticamente qualcosa. Chi esprime un’opinione viene incasellato. Chi prende posizione viene misurato non per ciò che dice, ma per chi “serve”. Io voterò convintamente Sì. L’ho detto e lo ribadisco. Non per appartenenza cieca, ma per convinzione personale, maturata anche osservando sistemi che altrove funzionano diversamente e con equilibrio. Ma il voto è un atto individuale e, in una democrazia matura, dovrebbe restare tale.
Quello che invece non dovrebbe accadere è la trasformazione del dibattito in una guerra di delegittimazioni. Non si rafforza la democrazia screditando chi la pensa diversamente. Non si costruisce una comunità con il sospetto permanente. Per questo, dopo il voto, mi fermerò. Mi fermerò per capire se esiste davvero lo spazio per un impegno pubblico serio, coerente, trasparente. Per capire se c’è la volontà di costruire qualcosa di autentico o soltanto di utilizzare energie finché fanno comodo. Per capire se le relazioni sono fondate su stima reciproca o su equilibri temporanei.
In questi anni ho scritto con passione. Senza padrini. Senza compromessi. Senza inginocchiarmi davanti a nessuno per ottenere visibilità o posizione. Offerte ce ne sono state. Strade più semplici pure. Ma la coerenza, nel bene e nel male, ha sempre guidato le mie scelte. La politica, per me, non è carriera. È passione civile. E la passione civile non si svende.
Se esisterà la possibilità di trasformare le idee in fatti concreti, senza patti al ribasso e senza giochi di corridoio, allora valuterò come e quanto impegnarmi. Se invece il campo resterà un terreno minato di ambiguità e doppiezze, allora sarà più onesto fare un passo indietro. Non si tratta di orgoglio. Si tratta di dignità. Ai lettori devo una sola cosa: sincerità. Non li ho mai presi in giro. Non ho mai scritto ciò che non pensavo. Non ho mai usato le loro passioni per calcoli personali.
Il giorno dopo il referendum non segnerà una fine. Segnerà una riflessione. Perché prima di scegliere un campo bisogna essere certi che quel campo voglia davvero costruire qualcosa, e che lo voglia fare alla luce del sole. Il resto è rumore. E il rumore, alla lunga, non costruisce nulla.
