La più breve storia dell’Australia

di Franca Arena AM

 L’opera di Mark McKenna, “La più breve storia dell’Australia” rappresenta per molti aspetti una riflessione necessaria e talvolta scomoda su ciò che siamo stati e su ciò che, come nazione, stiamo ancora diventando.

I primi capitoli non evitano il passato razzista dell’Australia. Non si tratta di un aspetto marginale della storia, bensì di una componente fondativa. Basti ricordare che The Bulletin, una rispettata pubblicazione nazionale, riportava lo slogan “Australia for the White Man” sulla sua testata fino al 1961. Oppure si consideri il programma dei “Ten Pound Pom”, introdotto nel 1945 e completamente abolito solo nel 1982, politiche discriminatorie sia nelle intenzioni sia negli effetti.

In questo contesto, il passaggio al multiculturalismo sotto il governo di Gough Whitlam nel 1973 rappresenta un momento cruciale. Fu allora che l’Australia iniziò a delineare una visione più inclusiva di sé. Sorprende tuttavia che McKenna dedichi poco spazio ad Al Grassby, il quale, nonostante i suoi limiti, ebbe un ruolo determinante nella promozione del multiculturalismo a livello politico e culturale.

Questa omissione appare ancora più significativa se si considera l’ampiezza del fenomeno migratorio. Dal 1945, oltre 7,5 milioni di persone provenienti da 180 Paesi si sono stabilite in Australia. Non si tratta di un capitolo secondario, ma di una trasformazione profonda dell’identità nazionale. McKenna ne parla, ma in modo troppo breve: non è forse il suo ambito più forte, ma avrebbe meritato maggiore approfondimento.

L’Australia è sempre stata plasmata da momenti di cambiamento drastico. La corsa all’oro, ad esempio, rese temporaneamente il Paese uno dei più ricchi al mondo, prima della depressione di fine Ottocento. Questi passaggi ci ricordano che prosperità e identità sono sempre state fluide, mai statiche.

Nella seconda metà del libro, McKenna torna su un terreno più solido, affrontando la continua lotta degli aborigeni australiani per il riconoscimento e la giustizia nella loro terra. 

Non si tratta di un capitolo chiuso, ma di una storia ancora in corso, che definisce la nostra statura morale come nazione. L’autore riflette anche sulla ricerca di identità dell’Australia attraverso le guerre. La Prima e la Seconda guerra mondiale segnarono una presa di coscienza: non eravamo semplicemente britannici. Come disse John Curtin, l’Australia era diventata “la terra dimenticata di Churchill”. Eppure, per molti anni, siamo rimasti prima sudditi britannici e solo dopo australiani—una realtà che ricordo personalmente.

Nel 1964 ricevetti una lettera dal Dipartimento dell’Immigrazione che mi informava che, dopo cinque anni, avevo diritto a diventare sia suddita britannica sia cittadina australiana. Risposi ringraziando, ma ponendo una semplice domanda: potevo diventare cittadina australiana senza diventare suddita britannica? Non ricevetti mai risposta. Diventai cittadina solo più tardi, quando necessità pratiche—viaggiare con la mia famiglia—mi costrinsero a farlo. Quell’esperienza riflette la confusione identitaria vissuta da molti migranti dell’epoca.

McKenna ha ragione nel sostenere che l’Australia iniziò davvero a considerarsi indipendente solo dopo l’elezione di Whitlam nel 1972. Le riforme furono ampie, toccando ambiti legislativi, culturali e simbolici. Cambiò l’inno, il sistema delle onorificenze e, soprattutto, il modo in cui gli australiani vedevano se stessi. Ci invitò a essere orgogliosi della nostra identità.

Poi arrivò la “Dismissal”, un evento che continua a proiettare una lunga ombra.

La lotta per i diritti fondiari degli aborigeni proseguì fino alla storica decisione Mabo, una sentenza fondamentale che riconobbe il legame degli indigeni con la terra, a lungo negato. Fu, ed è tuttora, un passo avanti di enorme portata.

Nell’epilogo, McKenna si concentra sull’Australia contemporanea, riflettendo su leader come Hawke, Keating e Howard e sui dibattiti ancora aperti sull’identità nazionale. I referendum falliti sulla Repubblica e sulla Voice to Parliament mostrano un Paese ancora diviso tra centri urbani e periferie, tra Australia metropolitana e regionale.

In definitiva, si tratta di un libro valido e importante. È informativo, accessibile e, a tratti, profondamente stimolante. Ma soprattutto ci ricorda che la storia dell’Australia non è ancora conclusa: è ancora in fase di scrittura e richiede onestà da parte di tutti noi.