Attanasio, la pista dei visti illeciti riapre il caso: qualcosa non torna

A cinque anni dall’uccisione di Luca Attanasio, ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, il quadro che sembrava ormai cristallizzato torna a muoversi. Non si tratta solo di nuovi elementi investigativi, ma di una possibile rilettura complessiva della vicenda. Al centro, una testimonianza ritenuta rilevante e una serie di documenti che aprono interrogativi su ciò che si sapeva – e su ciò che non è stato fatto.

L’agguato del 22 febbraio 2021, costato la vita ad Attanasio, al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo, era stato inquadrato in un contesto di insicurezza diffusa nell’area del Nord Kivu. Una dinamica attribuita a gruppi armati locali, in una regione segnata da instabilità cronica. Tuttavia, le nuove informazioni suggeriscono che dietro quell’attacco possa esserci stato un movente più strutturato e meno occasionale.

Secondo quanto emerge da un esposto trasmesso alle autorità italiane, l’ambasciatore avrebbe scoperto un sistema articolato di traffico illecito di visti verso l’Italia. Un circuito che, stando alle ricostruzioni, coinvolgerebbe intermediari locali e reti internazionali, con cifre elevate richieste per ottenere documenti e servizi connessi. Un fenomeno non episodico, ma radicato nel tempo.

Il punto più delicato riguarda però il livello di consapevolezza interna. Un diplomatico ancora in servizio avrebbe fornito documentazione che attesterebbe l’esistenza di segnalazioni già tra il 2016 e il 2017. Relazioni ufficiali, anomalie evidenziate, alert trasmessi ai vertici. Elementi che, se confermati, indicherebbero che il problema era noto da anni, senza che venissero adottate misure incisive.

È su questo aspetto che si concentra anche la denuncia politica. Secondo quanto riferito, alla Farnesina si sarebbe stati a conoscenza di criticità rilevanti, ma la tutela nei confronti di Attanasio non sarebbe stata adeguata. Una valutazione che apre un fronte delicato: quello delle responsabilità istituzionali nella prevenzione del rischio e nella protezione del personale diplomatico.

Le condizioni di sicurezza in cui operava l’ambasciatore sono oggi oggetto di nuove riflessioni. Il dispositivo di protezione appare, alla luce delle ricostruzioni, limitato: un numero ridotto di uomini, l’assenza di personale specializzato alla guida, l’utilizzo di un autista locale. In un contesto ad alta pericolosità, questi elementi sollevano interrogativi sulla valutazione del rischio e sull’adeguatezza delle misure adottate.

Non meno rilevante è il tema delle eventuali connessioni tra il traffico di visti e dinamiche criminali più ampie. Il rilascio illecito di documenti rappresenta un settore esposto a infiltrazioni, dove interessi economici e reti organizzate possono intrecciarsi con vulnerabilità amministrative. Se Attanasio avesse realmente intercettato un sistema di questo tipo, il suo ruolo potrebbe essere stato percepito come una minaccia.

Le nuove informazioni sono state trasmesse alla magistratura e agli organi investigativi competenti. L’ipotesi di una riapertura delle indagini è ora sul tavolo. Non si tratterebbe solo di approfondire un possibile movente alternativo, ma di verificare l’intera catena degli eventi, dalle segnalazioni iniziali fino alle condizioni operative dell’ambasciatore nei mesi precedenti all’attacco.

Il caso Attanasio si colloca così in una zona di confine tra politica estera, sicurezza e legalità amministrativa. Una vicenda che chiama in causa non solo la dinamica di un attentato, ma anche il funzionamento delle istituzioni e la loro capacità di prevenire rischi noti.

A cinque anni di distanza, la domanda di fondo resta invariata: si poteva evitare? Le nuove rivelazioni non offrono ancora una risposta definitiva, ma rendono più difficile ignorare i dubbi. E soprattutto riaprono uno spazio di indagine che, per molto tempo, è sembrato chiuso troppo in fretta