di Emanuele Esposito
C’è una generazione intera che non ha lasciato l’Italia per capriccio. È partita per necessità: per mancanza di prospettive, per sentirsi riconosciuta, per respirare un’aria che in patria spesso sembrava ferma, immobile, incapace di premiare il merito e il sacrificio. Sono i nostri giovani. Sono i nostri figli. E oggi vivono a Sydney, Londra, Berlino, Toronto. Lavorano, producono, innovano. Crescono altrove. Ma la domanda vera è un’altra: quanto ci costa perderli?
Non è soltanto una questione emotiva. È una questione politica, economica, strategica. Perché l’Italia ha investito su di loro: nella scuola pubblica, nell’università, nella formazione. E le famiglie hanno fatto lo stesso, tra anni di sacrifici e rinunce. Poi, però, li abbiamo lasciati andare. Senza un piano. Senza una visione. Senza un vero tentativo di trattenerli.
E non basta ripetere che “torneranno”. Perché non torneranno, non così. Chi oggi vive all’estero non cerca nostalgia: cerca opportunità, sistemi che funzionano, rispetto. Allora bisogna dirlo con chiarezza: se vogliamo riportarli a casa, dobbiamo cambiare l’Italia.
Non bastano incentivi fiscali temporanei. Non bastano slogan. Serve una strategia nazionale. Serve un patto generazionale. Serve soprattutto una dichiarazione politica netta: “Non vi vogliamo solo quando servite. Vi vogliamo perché siete il nostro futuro.”
Questo significa investire davvero sui giovani: accesso al lavoro basato sul merito e non sulle conoscenze; sostegno concreto all’imprenditoria giovanile; una burocrazia semplificata e non soffocante; salari dignitosi, non di sopravvivenza; la possibilità di costruire una vita, non solo di inseguirla.
Ma non basta. Serve anche una rivoluzione culturale. Perché il problema non è soltanto economico. È mentale. Un Paese che costringe i suoi giovani a partire è un Paese che ha smesso di credere in sé stesso. Un Paese che non li richiama è un Paese che ha rinunciato al proprio futuro. E allora basta retorica. Basta celebrazioni vuote degli “italiani di successo all’estero” mentre in patria non si costruiscono spazi reali per trattenerli o riportarli indietro.
La scelta è questa: continuare a esportare talenti oppure iniziare a costruire un’Italia capace di riaccoglierli. Non è impossibile. Ma serve coraggio politico. Serve cambiare sguardo: pensare all’Italia non come a un museo da conservare, ma come a un progetto da rilanciare. Non come a un’eredità da difendere, ma come a una promessa da mantenere. Ai giovani italiani nel mondo va detto questo: non smettete di sentirvi italiani. Ma pretendete di più dal vostro Paese.
E alla politica, invece, un’altra verità: non chiedete loro di tornare. Create le condizioni perché vogliano farlo. Perché una nazione non si misura da quanti partono. Ma da quanti scelgono di tornare.
E oggi, l’Italia, quella scelta… ancora non la sta offrendo.
