Nel campo profughi di Al Roj, nel nord-est della Siria controllato dalle forze curde, la notizia dell’arresto di tre donne australiane legate allo Stato Islamico ha provocato rabbia, paura e nuove tensioni tra le famiglie ancora bloccate nell’area.
Le immagini trasmesse dalle televisioni internazionali degli arresti avvenuti negli aeroporti di Sydney e Melbourne hanno rapidamente fatto il giro delle tende del campo, dove vivono ancora migliaia di persone associate, direttamente o indirettamente, al crollato “califfato” dell’ISIS.
“Non è giusto. Cosa vogliono da donne e bambini?”, ha dichiarato una donna identificata come Um Shamel, residente ad Al Roj da circa sette anni.
Secondo quanto riferito da testimoni e amministratori del campo, il ritorno in Australia delle quattro donne e dei nove bambini avvenuto la scorsa settimana avrebbe dovuto rappresentare un segnale positivo per gli altri cittadini occidentali ancora presenti in Siria. Ma gli arresti immediati hanno invece alimentato sfiducia e timore.
Tre delle donne rientrate sono state incriminate dalle autorità australiane con accuse molto pesanti. Kawsar Ahmad e Zeinab Ahmad dovranno rispondere di reati collegati alla schiavitù e al traffico di esseri umani, mentre Janai Safar è accusata di appartenenza a organizzazione terroristica e di essersi recata in un’area dichiarata zona terroristica.
Le accuse riaprono un dibattito estremamente delicato in Australia e in Europa: come gestire il ritorno delle cosiddette “spose dell’ISIS” e soprattutto quale destino riservare ai loro figli, molti dei quali nati nei territori controllati dallo Stato Islamico.
Nel campo di Al Roj, dove secondo le autorità curde restano ancora sette donne australiane e quattordici bambini, cresce ora il timore che altri connazionali possano rinunciare definitivamente a fare ritorno in patria.
“Dopo aver visto gli arresti, molte non vorranno più partire”, sostiene Um Shamel, che si definisce cittadina tedesca e continua a sperare di poter rientrare in Europa.
Le sue parole riflettono una realtà complessa e spesso difficile da raccontare in bianco e nero. Molte delle donne presenti nei campi siriani sostengono di non aver partecipato direttamente alle attività militari dell’ISIS, pur avendo vissuto nei territori controllati dal gruppo jihadista.
Gli amministratori del campo, tuttavia, confermano che all’interno di Al Roj esistono ancora nuclei radicalizzati.
Hakmiyeh Ibrahim, una delle responsabili del campo, ha spiegato che alcune famiglie australiane si sono progressivamente isolate dalla comunità e continuano a mostrare atteggiamenti estremisti.
“Ci sono una o due famiglie diverse dalle altre. Si percepisce chiaramente la loro ideologia”, ha dichiarato.
Secondo Ibrahim, la maggior parte delle famiglie dispone già di documenti e passaporti validi e non esistono restrizioni formali che impediscano il rimpatrio. Tuttavia il clima politico internazionale resta estremamente teso.
Dopo la sconfitta territoriale dello Stato Islamico nel 2019, migliaia di donne e bambini stranieri sono rimasti intrappolati nei campi curdi della Siria settentrionale. Negli anni, molti governi occidentali hanno evitato di affrontare apertamente il tema dei rimpatri, temendo le reazioni dell’opinione pubblica e i rischi legati alla sicurezza nazionale.
In Europa il dibattito continua a dividere governi, magistrature e organizzazioni per i diritti umani. Nel 2021 il Parlamento Europeo si era espresso a favore del rimpatrio dei minori, sostenendo che i bambini non dovrebbero pagare le colpe dei genitori.
Ma sul terreno la situazione resta caotica.
Il campo di Al Roj ospita ancora circa 2.300 persone, distribuite in quasi 800 famiglie. Le condizioni di vita vengono descritte come estremamente difficili, tra carenze sanitarie, insicurezza e crescente instabilità politica.
Il futuro stesso del campo appare incerto. Negli ultimi mesi le autorità siriane hanno già chiuso il vicino campo di Al Hol, trasferendo molti residenti verso nuove strutture nel nord-ovest del Paese.
Anche Al Roj potrebbe presto subire lo stesso destino.
Nel frattempo, tra le tende polverose del campo, resta sospesa una domanda che nessun governo occidentale sembra voler affrontare fino in fondo: dove finisce la responsabilità della sicurezza nazionale e dove comincia quella umanitaria?

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