Borsa australiana immobile tra tensioni globali e scandali interni: Coles condannata, crolla Xero, vola Megaport

Giornata interlocutoria per la borsa australiana, che chiude praticamente invariata mentre gli investitori globali guardano con attenzione al delicato summit di Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping.

L’indice S&P/ASX 200 ha terminato la seduta a 8.640,70 punti, muovendosi in territorio quasi neutrale, in un clima dominato da prudenza, inflazione e timori geopolitici legati al Medio Oriente.

Il petrolio Brent continua infatti a restare su livelli elevati, attorno ai 105 dollari al barile, sostenuto dalle tensioni regionali e dall’incertezza sui mercati energetici internazionali. Parallelamente, il rialzo dell’inflazione americana ha rafforzato l’ipotesi di una Federal Reserve ancora aggressiva sui tassi d’interesse, penalizzando l’oro e aumentando la cautela degli investitori.

Ma è sul fronte interno che sono arrivate le notizie più pesanti.

A scuotere il mercato australiano è stata soprattutto la sentenza della Corte Federale contro Coles Group, uno dei colossi della grande distribuzione australiana.

Il tribunale ha stabilito che la società avrebbe ingannato i consumatori attraverso false promozioni e sconti “illusori”, aumentando temporaneamente i prezzi di alcuni prodotti prima di pubblicizzare presunti ribassi.

La causa era stata avviata dalla Australian Competition and Consumer Commission, che da mesi indaga sulle pratiche commerciali delle grandi catene di supermercati australiane, finite sotto pressione per il caro vita e l’aumento dei prezzi alimentari.

La decisione della Corte rappresenta un duro colpo reputazionale per Coles e riaccende il dibattito politico australiano sul potere delle grandi catene retail e sulla reale trasparenza dei prezzi applicati ai consumatori.

Il mercato ha reagito immediatamente: il titolo Coles ha perso circa il 2% a fine seduta.

Peggio ancora è andata a Xero, gigante del software contabile quotato anche in Australia, che ha deluso gli investitori con risultati annuali inferiori alle aspettative.

La società è passata da un utile di 1,47 dollari neozelandesi per azione a una perdita di 0,19 NZD per azione nell’esercizio fiscale 2026, nonostante ricavi in crescita a 2,75 miliardi di NZD.

Il mercato ha punito severamente il titolo, che ha lasciato sul terreno circa il 9%, segnale evidente di quanto gli investitori siano oggi estremamente sensibili ai margini e alla redditività nel settore tech.

A salvare parzialmente il listino australiano ci ha pensato invece Megaport.

La società tecnologica ha annunciato che la controllata Latitude.sh si è aggiudicata tre maxi-contratti nel settore infrastrutture GPU, CPU e storage per un valore complessivo di circa 254 milioni di dollari australiani.

Una notizia che ha scatenato gli acquisti sul titolo, salito del 28% in una sola seduta, trasformandosi nel protagonista assoluto della giornata finanziaria australiana.

Nel frattempo emergono anche segnali contrastanti sull’economia reale.

Secondo i dati della Commonwealth Bank of Australia, la spesa delle famiglie australiane è diminuita dell’1,2% ad aprile, soprattutto per il calo delle spese legate ai carburanti e ai trasporti.

Un dato che potrebbe indicare una crescente prudenza dei consumatori, schiacciati da inflazione, tassi elevati e costo della vita ancora molto pesante in Australia.

In altre parole, mentre Wall Street guarda alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, in Australia cresce una sensazione sempre più evidente: i mercati resistono, ma l’economia reale continua a mostrare crepe sempre più profonde.