Salis si dice madre, etero e cattolica, ma poi?

di Federica Di Vito

Dodici anni dopo la celebre copertina di Vanity Fair con Matteo Renzi in versione chic e sguardo ammiccante, la sinistra italiana sembra aver trovato un nuovo fenomeno mediatico: la sindaca di Genova Silvia Salis. Più elegante, meglio costruita sul piano dell’immagine e supportata da una comunicazione sicuramente più raffinata — pur senza raggiungere i livelli quasi caricaturali dell’armocromista di Elly Schlein — ma con una strategia che ricorda molto quella già vista in passato.

L’anteprima del numero di Vanity Fair in uscita il 22 aprile viene infatti lanciata sui social con toni quasi celebrativi: «Di Silvia Salis oggi parlano tutti. All’estero, il quotidiano inglese The Guardian le dedica un ritratto da icona progressista italiana. Qualche settimana prima, l’agenzia Bloomberg News l’ha soprannominata “Anti-Meloni”».

Ed è proprio il confronto con Giorgia Meloni il cuore dell’operazione comunicativa. Durante l’intervista, Silvia Salis sembra quasi replicare la narrazione identitaria della premier: «Sono una madre, sono cattolica, sono sposata, sono eterosessuale». Una dichiarazione che ricorda inevitabilmente alcuni passaggi simbolici della comunicazione meloniana. Ma subito dopo arriva la precisazione: «Non credo che il mio sia l’unico modello o che sia migliore degli altri. Il Comune è laico, l’amministrazione è laica, il Paese è laico. E lo dico da cattolica».

Mentre la sindaca cerca dunque di costruirsi un’immagine moderata e rassicurante, a creare polemiche ci pensa una figura scelta proprio dalla sua amministrazione. Ilaria Gibelli, avvocato e consulente del Comune per le questioni LGBT, ha infatti pubblicato — salvo poi rimuoverla — una storia social relativa al credo religioso degli elettori dei principali partiti italiani.

Lo schema, elaborato sui dati delle elezioni europee del 2024, mostrava una forte presenza cattolica tra gli elettori di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega. Fin qui nulla di particolare. La polemica nasce dal commento aggiunto dalla consulente: «Non fa una piega, i partiti cattolici sono quelli più omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi, maschilisti, si può continuare».

Parole che hanno immediatamente scatenato reazioni durissime. Tra le più forti quella della deputata ligure Ilaria Cavo, presidente del Consiglio nazionale di Noi Moderati e capogruppo di Noi Moderati Orgoglio Genova in Consiglio comunale.

«Affermare che i partiti più cattolici siano omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi e maschilisti non è solo falso e offensivo: è un atto discriminatorio al confine del razzismo», ha dichiarato Cavo, chiedendo alla sindaca Salis — che si definisce cattolica praticante — di «recedere immediatamente dal contratto che impegna centinaia di migliaia di euro pubblici per una figura che offende il mondo cattolico».

Il riferimento è all’incarico affidato alla consulente per contrastare le discriminazioni nel mondo LGBTQ+ attraverso attività di sensibilizzazione, per un costo complessivo di circa 156 mila euro di fondi pubblici.

Una vicenda che rischia ora di trasformarsi in un problema politico e comunicativo per Silvia Salis. Perché dietro la costruzione dell’immagine da “Anti-Meloni”, tra copertine patinate e storytelling progressista internazionale, riaffiora il solito problema della sinistra italiana: il difficile rapporto con chi non condivide la stessa visione culturale e politica.

E mentre Genova discute delle parole della consulente comunale, viene inevitabile chiedersi se la sindaca fosse troppo impegnata nel lancio della sua copertina glamour per accorgersi di una dichiarazione che molti hanno definito apertamente discriminatoria.