di Emanuele Esposito
L’Italia ha una strana abitudine: innamorarsi ciclicamente del “fenomeno” del momento. Succede da anni. Prima il ciclone Beppe Grillo, poi il “rottamatore” Matteo Renzi, quindi l’ascesa travolgente di Matteo Salvini, fino alla parabola rapidissima di Luigi Di Maio. Oggi tocca a Roberto Vannacci.
Ogni volta la storia sembra identica: arriva qualcuno che parla in modo diverso, rompe gli schemi, attacca il sistema e viene trasformato nel simbolo della rivoluzione politica imminente. Una parte del Paese lo osanna, l’altra lo demonizza. I talk show si infiammano, i social esplodono, i giornali si dividono tra tifoserie e processi pubblici.
Poi però arriva la realtà. E la realtà è sempre più complicata degli slogan.
Il fenomeno Vannacci nasce certamente da un disagio reale: rabbia sociale, crisi economica, perdita di fiducia nelle istituzioni, distanza tra politica e cittadini. Tutto vero. Ma attenzione: la politica italiana ha già dimostrato più volte quanto sia pericoloso trasformare un personaggio mediatico nell’ennesimo “salvatore”.
Abbiamo visto il “vaffa” diventare governo. Abbiamo visto promesse rivoluzionarie sciogliersi davanti alla macchina dello Stato. Abbiamo visto leader passare in pochi anni dal 40% ai margini della politica. Perché una cosa è cavalcare il malcontento, un’altra è trasformarlo in una visione stabile e concreta per il Paese.
Il rischio oggi è che l’Italia continui a vivere di emozioni politiche istantanee. Un giorno il fenomeno è Grillo, il giorno dopo Renzi, poi Salvini, oggi Vannacci, domani chissà. Una politica ridotta a un’onda emotiva permanente, dove il consenso nasce più dalla rabbia o dalla frustrazione che da programmi, competenze e capacità di governo.
Eppure la storia recente dovrebbe aver insegnato prudenza. Perché i “fenomeni” spesso durano il tempo di una stagione mediatica. La politica vera, invece, richiede equilibrio, classe dirigente, visione internazionale, capacità amministrativa e soprattutto continuità.
Questo non significa negare il consenso che certi personaggi riescono a raccogliere. Significa però evitare di trasformare ogni novità nel nuovo messia politico. L’Italia non ha bisogno dell’ennesimo uomo forte da idolatrare o distruggere nel giro di pochi anni. Ha bisogno di serietà, stabilità e credibilità.
Perché il problema non è il fenomeno del momento. Il problema è un Paese che continua disperatamente a cercarne uno nuovo ogni volta che resta deluso dal precedente
