di Emanuele Esposito
Trent’anni.
Trent’anni di indagini, sospetti, titoli di giornale, trasmissioni televisive, libri, processi mediatici e accuse che hanno accompagnato Silvio Berlusconi ben oltre la sua attività politica.
Oggi arriva un’altra decisione destinata a far discutere. Il Gip del Tribunale di Firenze ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993, escludendo l’esistenza di elementi concreti che possano collegare Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri a rapporti diretti con Cosa Nostra.
Una decisione che arriva dopo decenni di approfondimenti investigativi e che rappresenta la sesta archiviazione relativa a ipotesi accusatorie analoghe nei confronti del fondatore di Forza Italia.
L’inchiesta sosteneva una tesi gravissima: le stragi di Firenze, Milano e Roma sarebbero state funzionali a favorire la nascita di Forza Italia e l’ascesa politica di Berlusconi. Un teorema che per anni ha alimentato il dibattito politico e mediatico italiano.
Oggi il giudice afferma che mancano gli elementi concreti a sostegno di quella ricostruzione.
La domanda che molti cittadini si pongono è semplice: chi restituirà a Berlusconi i trent’anni trascorsi sotto il peso di accuse così pesanti?
Per oltre tre decenni una parte della politica italiana e una parte del sistema mediatico hanno costruito attorno alla figura del Cavaliere una narrazione che spesso è andata ben oltre il legittimo confronto politico.
Ogni nuova indagine veniva presentata come la prova definitiva. Ogni apertura di fascicolo diventava una condanna anticipata nell’opinione pubblica. Ogni archiviazione, invece, finiva quasi sempre relegata nelle pagine interne dei giornali.
Fa riflettere un altro dettaglio evidenziato da Marina Berlusconi: il decreto di archiviazione risale al gennaio scorso, ma la notizia è emersa soltanto oggi.
È una domanda legittima chiedersi se sarebbe accaduto lo stesso nel caso opposto.
Se il giudice avesse disposto un rinvio a giudizio, avremmo dovuto attendere cinque mesi per leggerlo sui giornali?
Oppure la notizia avrebbe aperto telegiornali, siti internet e talk show nel giro di pochi minuti?
Sono interrogativi che riguardano il funzionamento dell’informazione e il rapporto tra giustizia e politica.
Naturalmente l’archiviazione non cancella la tragedia delle stragi mafiose del 1993 né il dovere dello Stato di continuare a cercare la verità sui mandanti e sugli esecutori di quei delitti. Ma una democrazia matura dovrebbe essere capace di distinguere tra le responsabilità accertate e le ipotesi che non trovano conferma.
Anche perché la storia racconta che durante i governi Berlusconi furono rafforzati strumenti fondamentali nella lotta alla mafia, dal consolidamento del regime del 41-bis all’istituzione dell’Agenzia Nazionale per i beni confiscati.
Si può essere stati avversari politici di Silvio Berlusconi. Si possono contestare molte delle sue scelte politiche. Fa parte del confronto democratico.
Diverso è trasformare il sospetto in una verità assoluta prima che la magistratura si pronunci.
Oggi non assistiamo soltanto all’archiviazione di un fascicolo. Assistiamo all’ennesima smentita di una delle accuse più gravi e simboliche rivolte contro il leader che ha segnato la politica italiana degli ultimi trent’anni.
Forse non assisteremo mai a una fila di scuse pubbliche da parte di chi per anni ha presentato quelle ipotesi come certezze.
Forse nessuno ammetterà di aver sbagliato.
Ma una riflessione resta necessaria.
Perché quando un’indagine viene aperta, la notizia fa il giro del mondo. Quando viene archiviata, spesso passa quasi sotto silenzio.
E in uno Stato di diritto, la giustizia dovrebbe avere lo stesso peso sia quando accusa sia quando assolve.
