Quando la diplomazia intelligente si toglie la cravatta

di Emanuele Esposito

Possiamo criticare la burocrazia italiana. E spesso lo facciamo a ragione.

Possiamo lamentarci delle attese, delle procedure complicate, delle norme che cambiano e dei documenti che sembrano bastare mai. Possiamo discutere per giorni sulla macchina amministrativa dello Stato e sulle sue lentezze. Ma ogni tanto è giusto riconoscere anche l’altra faccia della medaglia. Perché dietro una sigla, un ufficio o uno sportello ci sono persone. E quando le persone fanno la differenza, anche la burocrazia diventa più sopportabile.

Durante la Conferenza dei Consiglieri della Farnesina, il Console Generale d’Italia a Sydney, Gianluca Rubagotti, ha raccontato come il Consolato abbia affrontato uno dei temi più delicati degli ultimi anni per la collettività italiana in Australia: la riforma della cittadinanza.

Non si è limitato ad applicare una legge. Ha spiegato come sia stato necessario parlare con una comunità, incontrarla, ascoltarla e soprattutto informarla.

Le reazioni alla riforma sono state forti. In alcuni casi durissime. Molti hanno visto soltanto ciò che veniva loro tolto senza soffermarsi su ciò che veniva introdotto. Rubagotti ha ricordato un aspetto che in Australia è stato accolto positivamente: la possibilità di riacquistare la cittadinanza per chi l’aveva persa dopo la naturalizzazione.

Per spiegare la riforma il Consolato non si è chiuso dietro una scrivania. Ha coinvolto Comites, associazioni, giornali locali. Ha organizzato incontri sul territorio. Ha cercato di raggiungere i connazionali là dove vivono.

Può sembrare normale. In realtà non lo è. Per anni molti italiani all’estero hanno avuto la sensazione di parlare con uffici e non con persone. Di trovarsi davanti a procedure invece che interlocutori. Di essere un numero in una pratica.

Negli ultimi tempi il Consolato di Sydney ha invece dato l’impressione di voler costruire un rapporto diverso con la collettività. Più diretto. Più umano. Più vicino.

Questo non significa che non esistano problemi. Non significa che tutto funzioni alla perfezione. Non significa che non ci siano ancora attese, difficoltà e richieste inevase. Significa però una cosa importante: quando chi rappresenta lo Stato decide di metterci la faccia, ascoltare e spiegare, il rapporto tra istituzioni e cittadini cambia.

La diplomazia viene spesso immaginata come qualcosa di distante, fatta di cerimonie, protocolli e comunicati ufficiali. La realtà, soprattutto per chi vive all’estero, è diversa. La diplomazia è anche la risposta a una mail. È una telefonata. È un incontro organizzato in una sala parrocchiale. È un funzionario che cerca di spiegare una legge complicata a una comunità che ha bisogno di capire. È in quei momenti che il Consolato diventa davvero il municipio d’Italia all’estero.

E forse è proprio questa la lezione più interessante emersa dalla Conferenza dei Consoli: le norme sono importanti, le strutture sono necessarie, la tecnologia aiuta. Ma alla fine restano sempre le persone a fare la differenza. Quando la diplomazia toglie la cravatta e indossa i panni dell’ascolto, anche la burocrazia assume un volto più umano.

E gli italiani all’estero se ne accorgono.