Sana e robusta Costituzione, il No che scuote la politica

di Franco Radaelli

Basterà un “No” scritto e ribadito 14.461.375 volte (differenza di poco oltre i due milioni sui “Sì”) a spegnere almeno per un po di tempo, la propaganda, il frastuono e le troppe “distrazioni di massa” che hanno imperversato da mesi attraverso tutti gli organi di informazione?

Servirà a rimettere in ordine una agenda politica che, in presenza di “Una Guerra mondiale a pezzi”, perseguiva con imbarazzante insistenza l’obiettivo di segare il ramo su cui siamo seduti?

La Costituzione repubblicana rimane il riferimento in cui l’Italia si riconosce e che, anzi, chiede di applicare fino in fondo. Ora valutate voi se il dato di partecipazione al voto (che sfiora il 60%, con un consistente 6% di aumento rispetto alle consultazioni precedenti) possa davvero considerarsi un fatto eclatante così come molti osservatori tenderebbero ad accreditare (siamo pur sempre in presenza di un assenteismo che riguarda oltre il 40% di aventi diritto al voto). C’è, in ogni caso, un elemento statistico che appare come il protagonista assoluto di questa consultazione referendaria; il voto giovanile. La sua esplicita scelta di campo si direbbe, quasi a prescindere dall’appartenenza politica, la riaffermazione di un ancoraggio alla Carta costituzionale, ai suoi valori proprio in un frangente storico sempre più avaro di certezze e carico, al contrario, di un sacco di preoccupazioni.

La generazione nata a cavallo del millennio, battezzata “Gen-z”, sparita dei radar della politica ma comunque vittima designata dei molti errori e di troppe legislazioni che hanno gonfiato a dismisura il Debito pubblico pur sapendo chi ne erediterà il fardello insostenibile..

Il tanto temuto “Referendum Costituzionale” infilato con cocciutaggine nel programma di riforme nel ruolo di “test sociopolitico” atto a misurare la temperatura del consenso verso il governo Meloni in prospettiva della tornata elettorale 2027 e della successiva riforma “Premierato” per concludersi, a quel punto, con la prevedibile ascesa al Quirinale di Ignazio La Russa in sostituzione del Presidente Sergio Mattarella si è clamorosamente insabbiato.

Ne sono scaturite, in un crescendo che sembrerebbe persino eccessivo, un trittico di dimissioni che hanno il sentore di capri espiatori cui attribuire le responsabilità di una sconfitta che va molto più in là delle più nere previsioni. Si dimettono in un amen, il sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia, Andrea Delmastro, pizzicato di recente in una partecipazione di tipo commerciale con un prestanome di un camorrista romano legato alla famiglia Senese, plenipotenziaria della Camorra capitolina.

Nelle stesse ore si dimette anche Giusi Bartolozzi, la Capo di gabinetto del ministero della Giustizia, diretto da Carlo Nordio, la quale di recente aveva definito la Magistratura Italiana “Un plotone di esecuzione”, niente di meno. Dopo un paio di giorni di febbrile attesa giungono persino le dimissioni della ministra del Turismo Daniela Santanchè la quale ben poco c’entra con la questione “Referendum”. Erano circa tre anni che l’Opposizione in Senato ne chiedeva insistentemente il passo indietro. Macchè, la ministra si era sempre rifiutata in modo sprezzante, di ammettere le proprie evidenti responsabilità di fronte ad una serie di imputazioni che avrebbero consigliato un atteggiamento più moderato. Non si comprende affatto perché giungano il giorno successivo a una sconfitta elettorale in cui il turismo non c’entra affatto.

La domanda, tra l’altro, sorge spontanea: tutte queste figure francamente imbarazzanti, erano state difese, al di là di ogni garantismo politica, da un serratissimo schieramento giornalistico e parlamentare che oggi, all’improvviso e tutto intero, sparisce dai video lasciando scoperta una basica, semplicissima domanda: “…e se avessero vinto? Sarebbero rimasti al loro posto? Al di là di ogni ulteriore valutazione di merito?”. Che dire, siamo di nuovo e sempre nel campo della “cosiddetta politica italiana”. Nei fatti, comunque, l’esito referendario un terremoto l’ha prodotto eccome. Se la maggioranza di governo sta ancora oggi guardandosi con sospetto al proprio interno e sembra che la tempesta perfetta sia tutt’altro che terminata.

I “vincitori”, cioè i rappresentanti del “No” terminati gli abbracci e raccolti da terra tutti i tappi di Spumante, sono nuovamente di fronte agli interrogativi di sempre: se uniti si vince, riusciremo a compattarci in previsione dei prossimi, cruciali appuntamenti elettorali? Riusciremo a stilare un programma di lavoro che, prima di dividerci sulle “Elezioni primarie” fra i diversi leader ci permettano almeno di fissare quei quattro, cinque punti programmatici essenziali che, soprattutto in questo momento storico, vedono un’Italia in serissime difficoltà sia nel “Macro” dello scacchiere geopolitico che nel “Micro” del cortile socioeconomico al nostro interno?

Cercasi federatore, dunque. Fra le antiche figure di garanti; tornano i nomi di Rosi Bindi, di Pierluigi Bersani, persino del “grande vecchio” Romano Prodi. Prendono forma “letture analitiche” del voto che consiglierebbero prudenza, umiltà di pensiero, e soprattutto coerente impegno a individuare percorsi di convergenza. Sarà l’alba di un nuovo giorno? E’ ancora presto per affermarlo.

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