Addio a Derryn Hinch, il “human headline” dei media australiani: aveva 82 anni

Giornalista, conduttore radiofonico e televisivo, autore, senatore e figura controversa della vita pubblica australiana, Derryn Hinch è morto a 82 anni. Per oltre sessant’anni ha incarnato un giornalismo urlato, diretto, provocatorio e militante, diventando una delle voci più riconoscibili del Paese.

È morto Derryn Hinch

L’Australia perde una delle sue figure mediatiche più riconoscibili e divisive.

Derryn Hinch, giornalista, broadcaster, autore ed ex senatore, è morto a 82 anni. La notizia è stata confermata dalla sua ex emittente radiofonica 3AW e poi da ABC, che ha riferito che Hinch è morto nel sonno nella mattina di venerdì.

Per oltre sei decenni Hinch è stato una presenza costante nel giornalismo australiano: carta stampata, radio, televisione, libri, politica e campagne pubbliche. Il suo soprannome, “the human headline”, raccontava bene la sua capacità di trasformare ogni intervento in notizia.

Una carriera cominciata a 15 anni

Nato in Nuova Zelanda, Hinch iniziò la carriera giornalistica giovanissimo, a soli 15 anni, al Taranaki Herald.

Pochi anni dopo si trasferì in Australia, lavorando al Sun di Sydney e poi costruendo una carriera che lo avrebbe portato a occupare quasi ogni spazio possibile del sistema mediatico australiano.

Nel tempo lavorò per giornali, radio e televisioni, spesso ricordando con ironia di essere stato licenziato da “16 o 17” posti. Ma proprio quella irrequietezza, unita a un istinto fortissimo per la notizia, lo rese uno dei giornalisti più discussi e popolari del Paese.

La voce di 3AW

Hinch divenne una colonna del talkback radiofonico, soprattutto a Melbourne, dove il suo legame con 3AW fu profondo e duraturo.

La sua voce era immediatamente riconoscibile: ruvida, opinionata, teatrale, spesso aggressiva. Non cercava la neutralità fredda. Cercava il confronto, la denuncia, la reazione.

L’ex collega Peter Ford lo ha ricordato come una figura fondamentale nella storia di 3AW, capace di riconoscere una buona storia e raccontarla con forza, pur sapendo “stir the pot”, cioè agitare il dibattito e irritare molti ascoltatori.

Televisione, fama e parodie

Hinch diventò anche un volto televisivo molto noto.

Fu panelist in Beauty and the Beast, condusse The Midday Show sulla Nine Network e, tra gli anni Ottanta e Novanta, divenne uno dei protagonisti della televisione d’attualità con programmi come Hinch.

Le sue frasi ricorrenti, tra cui “That’s life” e “Shame, shame, shame”, entrarono nella cultura pop australiana, al punto da essere parodiate da Steve Vizard nel programma comico Fast Forward.

Era amato e detestato, seguito e criticato. Ma raramente ignorato.

Le battaglie contro i sex offenders

La parte più controversa della sua carriera riguarda le sue campagne contro i sex offenders.

Hinch fu più volte condannato per aver violato ordini di soppressione e norme sul contempt of court, sostenendo che il diritto del pubblico a conoscere l’identità di alcuni criminali sessuali fosse più importante delle regole processuali.

Nel 1987 fu multato e incarcerato per 12 giorni per aver identificato il prete cattolico pedofilo Michael Glennon mentre un processo era ancora pendente. Nel 2011 finì in detenzione domiciliare per violazione di ordini di soppressione, e in seguito scelse di andare in prigione invece di pagare una multa da 100.000 dollari legata alla diffusione di dettagli sul passato criminale di Adrian Ernest Bayley, l’assassino di Jill Meagher.

Per i critici, metteva a rischio i processi. Per i sostenitori, faceva ciò che molti non avevano il coraggio di fare.

Dal microfono al Senato

A 72 anni Hinch decise di entrare in politica.

Fondò il Derryn Hinch Justice Party e nel 2016 fu eletto senatore per il Victoria, diventando il più anziano parlamentare eletto per la prima volta al Senato australiano. Restò in carica fino al 2019.

Tra le sue battaglie principali c’erano un registro pubblico dei sex offenders, pene più severe per reati sessuali e violenti, e misure più dure contro i condannati per pedofilia.

Fu accreditato per il contributo all’introduzione di una legge che limitava i viaggi all’estero dei pedofili condannati.

La Justice Party e la fine del progetto politico

Il suo partito ottenne anche rappresentanza nel Parlamento del Victoria alle elezioni del 2018, con tre seggi.

La Derryn Hinch Justice Party portava nel nome stesso la sua ossessione politica: giustizia, vittime, condanne, sicurezza e protezione dei minori.

Dopo l’insuccesso alle elezioni statali del 2022, Hinch decise di sciogliere il partito, definendo quel passaggio uno dei momenti più tristi della sua vita.

Una vita personale sotto i riflettori

Hinch visse anche una vita privata spesso pubblica.

Si sposò cinque volte, tra cui due con l’attrice Jacki Weaver. Fu sempre diretto anche sulle proprie fragilità: alcol, malattia, trapianto di fegato, paura della morte, cadute, rimpianti e sopravvivenza.

Nel 2011 ricevette un trapianto di fegato dopo una diagnosi di cirrosi e cancro al fegato inoperabile. In seguito subì altri problemi di salute, tra cui una lesione cerebrale dopo una caduta da un Uber a Melbourne mentre era senatore.

Non nascose mai del tutto i propri limiti. Anzi, spesso li trasformò in materiale narrativo.

Scrittore e autobiografo

Hinch scrisse più di una dozzina di libri.

Raccontò la propria vita, la politica, il giornalismo, la malattia, il lutto e persino il gioco dello Scrabble. Nel 2010 aveva pubblicato Human Headlines, autobiografia sui suoi primi cinquant’anni nei media. Nel 2025 aveva raccontato ad ABC di voler aggiungere nuovi capitoli alla sua storia, dopo il carcere, il Senato e altre vicende personali.

Era consapevole di essere già, in vita, un personaggio da biografia.

Ray Martin: “Una leggenda del giornalismo australiano”

Nel 2018 Hinch fu inserito nell’Australian Media Hall of Fame.

Durante la cerimonia, Ray Martin lo ricordò come un giornalista capace di inseguire la storia con la stessa ambizione con cui inseguiva il titolo. Lo definì un reporter tabloid tra i migliori d’Australia e una figura che, pur provocatoria, era spesso dalla parte “decente” dei grandi dibattiti pubblici.

È forse questa la sintesi più giusta: Hinch fu eccessivo, divisivo, talvolta imprudente. Ma non fu mai indifferente.

Un’eredità difficile da incasellare

Derryn Hinch lascia un’eredità complessa.

Ha rotto regole, sfidato tribunali, irritato politici, diviso colleghi, fatto arrabbiare giudici, conquistato ascoltatori e influenzato il modo in cui l’Australia discute di giustizia, media e diritti delle vittime.

Non era un giornalista neutro nel senso classico. Era un giornalista da combattimento.

La sua domanda, spesso, non era se una storia fosse comoda. Era se facesse rumore.

L’ultima headline

Con la morte di Derryn Hinch si chiude una stagione del giornalismo australiano.

Quella dei microfoni accesi, delle opinioni forti, delle campagne personali, delle prime pagine costruite con istinto e aggressività, del conduttore come protagonista pubblico.

Hinch non ha attraversato i media australiani in silenzio. Li ha scossi, occupati, disturbati e talvolta cambiati.

La sua frase più famosa era “That’s life”.

Oggi suona come un congedo.