Chesley “Sully” Sullenberger, il pilota diventato un eroe mondiale dopo l’ammaraggio del volo US Airways 1549 sul fiume Hudson, ha annunciato di aver ricevuto una diagnosi di Alzheimer in fase iniziale.
Sullenberger, 75 anni, ha scelto di rendere pubblica la propria condizione con una dichiarazione personale, spiegando di trovarsi soltanto all’inizio di quello che ha definito un lungo percorso.
«Recentemente ho scoperto che mi è stata diagnosticata la malattia di Alzheimer. È in una fase iniziale», ha dichiarato. «Per ora significa che a volte un nome non mi viene facilmente, che dimentico una storia raccontata poco prima o che non dormo bene come un tempo».
La diagnosi è stata formulata dal professor Gil Rabinovici, specialista dell’UCSF Medical Center, in California. Il pilota in pensione e la sua famiglia hanno deciso di parlare apertamente della malattia con la speranza di incoraggiare altre persone a non affrontare in silenzio la stessa esperienza.
«Una nuova forma di servizio»
Nella sua lunga carriera Sullenberger ha prestato servizio nell’Aeronautica militare degli Stati Uniti, ha lavorato come pilota di linea e investigatore di incidenti aerei ed è stato ambasciatore americano presso l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile.
Dopo l’impresa che lo rese famoso in tutto il mondo, utilizzò la propria notorietà per promuovere una maggiore sicurezza nel trasporto aereo. Si batté per migliorare la formazione dei piloti, garantire periodi di riposo adeguati, mantenere due piloti in cabina e affrontare i rischi legati all’introduzione delle nuove tecnologie.
Ora considera l’annuncio della malattia come una nuova responsabilità pubblica.
«Questa fase della mia vita mi ha costretto a domandarmi ancora una volta che cosa significhi essere al servizio degli altri», ha spiegato. «La risposta è parlare. Spero che, condividendo la mia esperienza, altre famiglie che vivono nell’ombra di questa malattia possano trovare la forza di fare un passo avanti».
Il miracolo del 15 gennaio 2009
Il nome di Sullenberger è entrato nella storia dell’aviazione il 15 gennaio 2009. Il volo US Airways 1549 era decollato dall’aeroporto LaGuardia di New York quando, pochi minuti dopo, entrò in collisione con uno stormo di uccelli.
L’impatto provocò la perdita di potenza di entrambi i motori. Di fronte all’impossibilità di raggiungere un aeroporto, Sullenberger decise di tentare un ammaraggio sul fiume Hudson.
La manovra riuscì. Nonostante la violenza dell’impatto e i danni riportati dall’aereo, tutti i 155 passeggeri e membri dell’equipaggio furono tratti in salvo.
Da quel momento l’episodio venne ricordato come il “Miracolo sull’Hudson” e Sullenberger divenne il simbolo della competenza, del sangue freddo e della responsabilità di un comandante nei confronti delle persone affidate alla sua guida.
Il pilota, che lavorava per US Airways dal 1980, aveva accumulato più di 20 mila ore di volo. Dopo l’ammaraggio ricevette le chiavi della città di New York dall’allora sindaco Michael Bloomberg.
La sua storia arrivò anche al cinema nel 2016 con il film Sully, diretto da Clint Eastwood e interpretato da Tom Hanks.
«Continuerò a guardare avanti»
Nel suo messaggio Sullenberger ha riconosciuto che la malattia potrà progressivamente condizionare i suoi ricordi. Ma ha ribadito di non voler rinunciare alla speranza e alla capacità di vivere il presente.
«Anche se questa diagnosi potrà influire sulla memoria del passato, non mi impedirà di guardare avanti e di apprezzare il nostro futuro», ha affermato. «Affronterò questo capitolo con la mia meravigliosa famiglia al mio fianco».
Per l’uomo che riuscì a portare in salvo 155 persone in una delle emergenze aeree più celebri della storia, comincia ora un viaggio completamente diverso.
Non ci sono una cabina di pilotaggio, un fiume o una procedura da seguire. Ci sono la malattia, la famiglia e la volontà di usare ancora una volta la propria voce per aiutare gli altri.
Captain Sully affronta così la sua nuova sfida con la stessa determinazione che il mondo imparò a conoscere sull’Hudson: senza nascondere la paura, ma senza permettere che sia la paura a decidere la rotta.
