Legge elettorale, Meloni alla prova dell’Aula: voto segreto e incognita franchi tiratori

A cura di Emanuele Esposito

La nuova legge elettorale entra nella sua fase più delicata. Dopo il via libera della commissione Affari costituzionali, il testo è tornato nell’Aula della Camera per la terza lettura e nelle prossime ore arriverà il primo vero test politico: il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni.

Un passaggio che normalmente non mette in pericolo un provvedimento sostenuto dalla maggioranza, ma questa volta c’è un elemento destinato a pesare: lo scrutinio segreto.

Ed è proprio il voto segreto a trasformare una normale procedura parlamentare in una verifica della tenuta del centrodestra.

Il governo vuole arrivare rapidamente all’approvazione definitiva del testo uscito dal Senato. Qualsiasi modifica costringerebbe infatti la riforma a tornare ancora una volta a Palazzo Madama, allungando ulteriormente i tempi di una legge diventata ormai una delle partite politiche più importanti di questa fase della legislatura.

Il calendario ipotizzato prevede tre voti di fiducia sugli articoli modificati dal Senato, a partire dagli articoli 1 e 2, che disciplinano il sistema di elezione di Camera e Senato. La fiducia dovrebbe interessare anche l’articolo 3, mentre il voto finale sull’intero provvedimento è atteso tra il 7 e l’8 ottobre.

La fiducia consentirà alla maggioranza di affrontare con voto palese alcuni dei passaggi più sensibili. Ma non cancellerà completamente il problema.

Il voto finale sarà infatti a scrutinio segreto.

Ed è lì che tornerà lo spettro dei franchi tiratori.

Il precedente pesa. Nel primo passaggio alla Camera, a luglio, la maggioranza era stata battuta per appena un voto sull’emendamento relativo alle preferenze. Un episodio che ha lasciato il segno e che spiega la particolare attenzione con cui Palazzo Chigi e i gruppi della maggioranza stanno seguendo questa nuova fase parlamentare.

Il testo tornato dal Senato contiene proprio una delle modifiche che avevano provocato maggiori tensioni: le preferenze.

Il sistema prevede capilista bloccati, mentre per gli altri candidati l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze. Una soluzione che ha permesso alla maggioranza di trovare un compromesso, ma che continua a essere contestata dalle opposizioni e da Futuro Nazionale.

La struttura generale della riforma resta basata su un sistema prevalentemente proporzionale.

È previsto un premio di governabilità di 70 deputati e 35 senatori per la lista o coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere.

Restano inoltre la soglia di sbarramento del 3 per cento per le liste e quella del 10 per cento per le coalizioni. Le forze politiche dovranno indicare anche il candidato alla Presidenza del Consiglio, fermo restando il ruolo costituzionale del Presidente della Repubblica.

Le opposizioni si preparano a contrastare la riforma fino all’ultimo voto.

Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e +Europa hanno presentato una serie di proposte comuni intervenendo sulle preferenze, sui capilista, sull’equilibrio di genere e sulle condizioni per la presentazione delle liste.

Ma la variabile politicamente più difficile da leggere resta Futuro Nazionale.

Roberto Vannacci ha già annunciato la contrarietà del movimento alla riforma, contestando in particolare il sistema delle preferenze con capilista bloccati. Futuro Nazionale aveva proposto preferenze senza capilista predeterminati, proposta che non ha trovato il consenso necessario.

La sua opposizione sottrae voti che, in un passaggio a scrutinio segreto, potrebbero diventare ancora più importanti.

Per Giorgia Meloni la posta in gioco è quindi molto più ampia della sola legge elettorale.

La presidente del Consiglio vuole dimostrare che la maggioranza è in grado di portare fino in fondo una riforma sulla quale ha investito politicamente e che dovrebbe definire le regole delle prossime elezioni.

Lega e Forza Italia hanno confermato il sostegno al provvedimento, ma le tensioni emerse nei mesi scorsi spiegano perché ogni scrutinio segreto venga osservato con particolare attenzione.

Il nodo delle preferenze, in particolare, ha già prodotto divisioni e votazioni imprevedibili.

E questa volta sarà difficile interpretare eventuali voti contrari come un semplice incidente parlamentare.

Dall’altra parte, le opposizioni puntano proprio sullo scrutinio segreto per verificare se dietro la compattezza ufficiale della maggioranza esistano ancora resistenze.

Il confronto potrebbe poi proseguire anche fuori dal Parlamento. Esponenti dell’opposizione hanno già annunciato la possibilità di iniziative giudiziarie contro alcune disposizioni della nuova normativa, con l’obiettivo di sollevare questioni di legittimità costituzionale.

La prima risposta, però, arriverà dall’Aula.

Prima le pregiudiziali, poi le fiducie e infine il voto sull’intero provvedimento.

È una sequenza parlamentare che dirà non soltanto se l’Italia avrà una nuova legge elettorale, ma soprattutto quanto sia realmente compatta la maggioranza quando il voto diventa segreto e ogni deputato resta solo davanti ai tre pulsanti.