Ci sono imprese che si misurano in metri, record e fotografie scattate sulla cima del mondo. E poi ce ne sono altre che sfuggono alle classifiche, perché appartengono a una dimensione più profonda: quella delle scelte, delle rinunce, della fedeltà a una persona e a un modo di intendere la vita. La storia di Nives Meroi appartiene a entrambe. È la storia di una delle più grandi alpiniste italiane, capace di raggiungere tutti i quattordici Ottomila della Terra senza ossigeno supplementare e senza portatori d’alta quota. Ma è soprattutto la storia di una donna che, quando la montagna le offrì la possibilità di inseguire un primato, scelse di fermarsi.
Nata il 17 settembre 1961 a Bonate Sotto, nella Bergamasca, Meroi ha costruito la propria avventura lontano dall’immagine dell’alpinista solitario che sfida la natura per affermare sé stesso. La sua storia è quasi sempre declinata al plurale. Accanto a lei c’è Romano Benet, alpinista friulano, marito dal 1989 e compagno di cordata. Insieme hanno attraversato decenni di montagne, spedizioni, bivacchi, tempeste, successi e sconfitte, fino a diventare la prima coppia al mondo ad aver raggiunto tutte le quattordici cime superiori agli ottomila metri.
Il loro alpinismo nasce sulle Alpi. Dopo il trasferimento a Fusine Laghi, nel Tarvisiano, Meroi e Benet affrontano pareti e itinerari severi, compiendo tra l’altro la prima invernale al Pilastro Piussi sulla parete nord del Piccolo Mangart di Coritenza e quella alla Cengia degli Dei sullo Jôf Fuârt. È una scuola essenziale, fatta di tecnica, resistenza e conoscenza reciproca. Poi lo sguardo si sposta verso l’Himalaya.
Negli anni Novanta arrivano i primi tentativi al K2 e all’Everest. Non tutto riesce. Ed è proprio questo uno degli elementi che accompagneranno l’intera carriera di Meroi: la capacità di considerare la rinuncia parte dell’alpinismo, non la sua negazione. La montagna non è un avversario da sconfiggere e tornare indietro non significa necessariamente aver perso.
Il primo grande traguardo arriva nel 1998, quando Meroi e Benet raggiungono la cima del Nanga Parbat, 8.126 metri. Per lei è il primo Ottomila e anche un primato nazionale: diventa la prima donna italiana a raggiungerne la vetta. Seguono, nel 1999, lo Shisha Pangma e il Cho Oyu. L’Himalaya entra definitivamente nella loro vita, ma senza trasformarsi in una corsa alla collezione delle cime.
Nel 2003 Meroi realizza un’impresa straordinaria: diventa la prima donna a compiere la traversata dei tre Ottomila Gasherbrum I, Gasherbrum II e Broad Peak. Con Benet forma la seconda cordata al mondo capace di completare quella sequenza. L’anno seguente arriva il Lhotse. Nel 2006 vengono raggiunti il Dhaulagiri e soprattutto il K2.
È uno dei capitoli più importanti della loro storia. Il K2, 8.611 metri, è una montagna che nell’immaginario italiano possiede un significato particolare, dalla prima ascensione del 1954. Meroi e Benet salgono attraverso lo Sperone degli Abruzzi, senza ossigeno supplementare e senza qualcuno che prepari per loro la traccia. Raggiungono la cima da soli. Nives diventa la prima italiana sulla vetta del K2.
Un anno più tardi arriva l’Everest. Anche questa volta niente bombole di ossigeno. Meroi diventa la prima italiana a raggiungere il punto più alto della Terra senza ossigeno supplementare. Nel 2008, dopo un tentativo invernale al Makalu concluso senza la vetta e con una frattura a una gamba durante la discesa, la coppia raggiunge il Manaslu. Gli Ottomila conquistati diventano undici.
A quel punto attorno all’alpinismo femminile internazionale si accende la corsa verso un traguardo mai raggiunto: diventare la prima donna ad aver scalato tutti i quattordici Ottomila. I nomi di Nives Meroi, della spagnola Edurne Pasaban, della sudcoreana Oh Eun-sun e dell’austriaca Gerlinde Kaltenbrunner entrano sempre più spesso nelle cronache. Metodi, stili e strategie sono differenti. La montagna rischia però di trasformarsi in una classifica.
Meroi comincia a sentirsi estranea a quella competizione. Per lei l’alpinismo è rimasto esplorazione, conoscenza dei propri limiti, relazione con la montagna e con il compagno di cordata. La vetta conta, naturalmente, ma non può diventare l’unica misura dell’esperienza.
Nel 2009 accade qualcosa che cambia definitivamente la prospettiva. Meroi e Benet rinunciano all’Annapurna a causa delle condizioni della neve. Poco dopo sono sul Kangchenjunga, la terza montagna più alta della Terra. Durante la salita, tra il campo 3 e il campo 4, Romano manifesta seri problemi fisici. La vetta è ancora una volta davanti a loro. Potrebbe essere un altro passo decisivo verso il record.
Nives torna indietro. Una decisione apparentemente semplice, quasi ovvia quando la si guarda da lontano. A ottomila metri, dopo settimane di fatica, investimenti, preparazione e attese, quando il traguardo di una vita sembra vicino, la rinuncia assume però un peso completamente diverso. Benet viene accompagnato a valle. Una volta rientrati in Italia arriva una diagnosi durissima: aplasia midollare severa. Comincia un’altra montagna.
Questa volta non ci sono pareti di ghiaccio, ramponi o corde fisse. Ci sono ospedali, terapie, trasfusioni, chemioterapia e due trapianti di midollo osseo. Per più di due anni l’alpinismo passa inevitabilmente in secondo piano. La corsa al primato femminile continua senza Meroi, che nell’agosto 2009 annuncia di volerne uscire.
La scelta rivela forse più di qualsiasi vetta la sua concezione della montagna. Non intende sacrificare la propria idea di alpinismo alla logica del risultato. E soprattutto non intende separare la propria strada da quella di Romano. Il compagno viene prima del record.
È qui che la storia di Meroi e Benet supera i confini dell’alpinismo. La cordata diventa una metafora concreta della loro relazione: nessuno raggiunge veramente la cima se l’altro viene lasciato indietro.
Romano affronta la malattia e una lunga riabilitazione. Lentamente ritorna alla vita di prima e quindi alla montagna. Nel 2012 i due sono nuovamente in Himalaya. Tentano il Kangchenjunga senza riuscire a raggiungere la vetta. Sarebbe facile leggere quell’ennesima rinuncia come una sconfitta. Due anni dopo, invece, tornano.
Nel 2014 Nives Meroi e Romano Benet raggiungono insieme gli 8.586 metri del Kangchenjunga. La montagna sulla quale cinque anni prima avevano dovuto interrompere la salita diventa il luogo simbolico della rinascita. Non è semplicemente il dodicesimo Ottomila: è il ritorno dopo la malattia, la conferma che quella cordata esiste ancora.
Nel maggio 2016 arriva il Makalu, tredicesima cima. Ne manca soltanto una: l’Annapurna, una delle montagne più temute dell’Himalaya, già affrontata senza successo negli anni precedenti. L’11 maggio 2017, alle nove del mattino ora locale, Meroi e Benet raggiungono insieme la vetta dell’Annapurna I, a 8.091 metri. Il lungo viaggio iniziato quasi vent’anni prima sul Nanga Parbat è completo. Quattordici Ottomila, tutti senza ossigeno supplementare e senza portatori d’alta quota. Meroi diventa la seconda donna nella storia a completare i quattordici Ottomila senza ossigeno supplementare e la terza in assoluto a raggiungerli tutti. Ma c’è un primato che appartiene soltanto a loro: Nives Meroi e Romano Benet sono la prima coppia al mondo ad aver scalato insieme tutte le quattordici montagne più alte della Terra. E forse proprio quel “insieme” racconta meglio di qualsiasi statistica il significato dell’impresa.
Nella loro storia non c’è soltanto la ricerca dell’altitudine. C’è una precisa etica della montagna: portare il proprio materiale, fare affidamento sulle proprie capacità, rinunciare quando le condizioni lo impongono, accettare il limite. È un alpinismo che conserva qualcosa di antico in un’epoca nella quale anche le grandi montagne sono diventate, almeno lungo alcune vie normali, destinazioni sempre più organizzate e frequentate.
Per Meroi, invece, il valore dell’esperienza non coincide necessariamente con la vetta. Una delle frasi che meglio sintetizzano il suo pensiero è: «Io sono le montagne che non ho scalato». Dentro quelle parole c’è una visione sorprendentemente distante dalla retorica della conquista. Anche una cima mancata può lasciare qualcosa. Anche tornare indietro può essere una decisione pienamente alpinistica.
Questa concezione attraversa anche i suoi libri. In Non ti farò aspettare. Tre volte sul Kangchendzonga, la storia di noi due raccontata da me, pubblicato nel 2015, la montagna si intreccia alla malattia di Romano e alla loro vicenda umana. Nel 2019, con Il volo del corvo timido. L’Annapurna e una scalata di altri tempi, torna sull’ultima grande cima e sul significato di un alpinismo praticato secondo regole personali che sembrano appartenere a un’altra epoca. Con il teologo Vito Mancuso ha inoltre raccontato la dimensione simbolica della montagna in Sinai: la montagna sacra raccontata da due testimoni d’eccezione.
Nel 2010 il Presidente della Repubblica le ha conferito l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per gli eccezionali risultati raggiunti nell’alpinismo d’alta quota, sottolineando anche il valore di un percorso compiuto in un ambito rimasto a lungo prevalentemente maschile.Eppure sarebbe riduttivo raccontare Nives Meroi soltanto attraverso i primati femminili. La sua vicenda parla piuttosto del modo in cui scegliamo di misurare il successo. Se la grandezza fosse soltanto arrivare per primi, il momento decisivo della sua carriera dovrebbe trovarsi su una cima. Potrebbe essere il K2, l’Everest, il Kangchenjunga o l’Annapurna.
