Australia, stretta sui visti: studenti internazionali nel mirino

L’Australia cambia rotta sull’immigrazione studentesca e lo fa in modo deciso. Nel febbraio 2026, il tasso di rifiuto dei visti per studenti internazionali ha raggiunto il 32,5%, il livello più alto registrato negli ultimi vent’anni. Una svolta che colpisce soprattutto i candidati provenienti da India, Nepal e Bangladesh, e che sta creando forti tensioni tra governo e settore universitario.

La linea adottata dall’esecutivo guidato da Anthony Albanese appare sempre più orientata a contenere i flussi migratori, in risposta a una crescente pressione politica interna. Negli ultimi mesi, infatti, il tema dell’immigrazione è tornato al centro del dibattito pubblico, anche per il suo impatto sul mercato immobiliare e sulla coesione sociale. In questo clima, il consenso verso posizioni più restrittive – incarnate da figure come Pauline Hanson – è in aumento.

Secondo i dati dell’Australian Bureau of Statistics, la migrazione netta ha raggiunto quota 311.000 persone nell’anno fino a settembre 2025, segnando una nuova crescita dopo due anni di calo. Un dato che complica i piani del governo, il quale punta a ridurre gli arrivi a circa 225.000 entro il 2026-27. In questo contesto, i visti per studenti internazionali rappresentano una leva fondamentale per controllare i numeri complessivi.

Ma la stretta sta generando un effetto boomerang. Le università australiane, fortemente dipendenti dagli studenti stranieri per il proprio modello economico, denunciano una politica incoerente e discontinua. Solo pochi mesi fa, infatti, il governo aveva annunciato un aumento dei posti disponibili e una semplificazione delle procedure per alcuni atenei. Ora, invece, si assiste a un brusco irrigidimento dei criteri di selezione.

“Serve stabilità, non politiche a intermittenza”, è il messaggio che arriva dal settore. Le istituzioni accademiche lamentano una sorta di “whiplash”, un contraccolpo dovuto ai continui cambiamenti normativi che rendono difficile programmare investimenti e strategie di reclutamento internazionale.

Uno degli strumenti più controversi introdotti dal governo è il cosiddetto “genuine student test”, un sistema di valutazione che mira a verificare l’autenticità delle intenzioni degli studenti. In pratica, ai candidati viene chiesto di dimostrare le motivazioni del loro percorso di studio e i benefici attesi. Tuttavia, secondo molti esperti, il test lascia ampio margine di discrezionalità alle autorità, rendendo il processo meno trasparente e prevedibile.

Le cifre parlano chiaro: a febbraio, il 40% delle domande provenienti dall’India è stato respinto, insieme al 60,2% di quelle dal Nepal e al 47,2% dal Bangladesh. Al contrario, la Cina mantiene un tasso di rifiuto molto basso, attorno al 3%, segno di un approccio differenziato a seconda dei Paesi di origine.

Le critiche non arrivano solo dal mondo accademico. Anche l’opposizione politica accusa il governo di incoerenza. Secondo alcuni esponenti conservatori, Canberra avrebbe prima favorito un aumento record degli studenti stranieri, per poi correre ai ripari con misure drastiche e poco mirate. Dal canto suo, il governo difende la propria linea. Il vice ministro per l’Istruzione Internazionale insiste sul fatto che l’Australia continua ad accogliere studenti “genuini” e qualificati, sottolineando la necessità di mantenere elevati standard di integrità nel sistema.

Resta però il nodo della reputazione internazionale. L’Australia è da anni una delle destinazioni più ambite per l’istruzione universitaria, grazie alla qualità dei suoi atenei e alla forte attrattiva del mercato del lavoro. Un sistema percepito come imprevedibile o eccessivamente restrittivo potrebbe però spingere molti studenti a scegliere alternative come Canada o Regno Unito.