Pandemia globale, il mondo oggi è più fragile di prima del Covid: il nuovo allarme dell’OMS

La pandemia di Covid avrebbe dovuto insegnare al mondo una lezione definitiva. Invece, secondo il nuovo rapporto del Global Preparedness Monitoring Board (GPMB), organismo collegato all’World Health Organization, il pianeta oggi sarebbe addirittura più vulnerabile rispetto al periodo precedente al coronavirus. Un giudizio pesantissimo che arriva mentre nuove emergenze sanitarie internazionali stanno già mettendo sotto pressione governi e sistemi sanitari.

Il rapporto lancia un messaggio molto chiaro: le epidemie stanno diventando più frequenti, più aggressive e più destabilizzanti sul piano economico, sociale e politico. E mentre la tecnologia sanitaria compie passi avanti enormi, cresce contemporaneamente la sfiducia verso le istituzioni, aumentano le tensioni geopolitiche e si riducono cooperazione internazionale e investimenti pubblici nella prevenzione sanitaria. 

Negli ultimi mesi il mondo si è trovato ad affrontare contemporaneamente diverse emergenze. L’epidemia di Ebola in Africa ha già provocato oltre 130 morti e più di 500 contagiati. Parallelamente, un focolaio di hantavirus legato a una nave da crociera ha causato nuovi decessi e allarmi sanitari internazionali. Anche l’Australia sta vivendo una situazione preoccupante con uno dei peggiori focolai di difterite registrati negli ultimi decenni, con oltre 220 casi confermati nel solo 2026. 

Secondo gli esperti del GPMB, le cause di questo aumento del rischio globale sono molteplici e profondamente intrecciate. Il cambiamento climatico favorisce la diffusione di nuovi agenti patogeni e modifica gli ecosistemi. I conflitti armati distruggono infrastrutture sanitarie e creano movimenti di massa difficili da controllare. La globalizzazione rende i virus capaci di attraversare continenti in poche ore. Ma soprattutto, cresce la frammentazione politica internazionale proprio mentre servirebbe il massimo coordinamento globale. 

Il paradosso è evidente. Oggi il mondo dispone di strumenti scientifici infinitamente superiori rispetto al passato: vaccini mRNA, sequenziamento genomico, intelligenza artificiale applicata alla medicina, sistemi diagnostici rapidissimi. Eppure tutto questo rischia di non bastare. Perché la vera debolezza non è tecnologica. È politica, sociale e culturale.

La professoressa Sharon Lewin del Doherty Institute dell’Università di Melbourne, una delle principali esperte australiane di malattie infettive, ha spiegato che non basta avere la migliore scienza disponibile se poi cittadini e governi non si fidano più delle istituzioni o non collaborano tra loro. 

Ed è forse questo il vero lascito più pericoloso del Covid. La pandemia ha lasciato una frattura profonda nelle società occidentali. Ha alimentato complottismi, polarizzazione, sfiducia nei confronti della scienza e delle autorità pubbliche. Una ferita che oggi rende molto più difficile costruire una risposta collettiva efficace davanti a nuove emergenze.

Il rapporto dell’OMS sottolinea inoltre come l’intelligenza artificiale possa rappresentare un’enorme opportunità per la prevenzione sanitaria globale, ma avverte anche che senza regole condivise e accesso equo alle tecnologie il rischio è quello di ampliare ulteriormente le disuguaglianze tra Paesi ricchi e Paesi poveri. 

Gli esperti chiedono quindi maggiori investimenti nella sanità pubblica, sistemi internazionali di monitoraggio più efficienti, cooperazione globale rafforzata e soprattutto un accesso equo a vaccini, cure e diagnostica. Perché le pandemie non si fermano ai confini nazionali. E pensare di salvarsi da soli è un’illusione.

L’Australia, secondo Lewin, ha migliorato alcuni aspetti della propria preparazione sanitaria dopo il Covid, grazie anche alla creazione del nuovo Centro nazionale per il controllo delle malattie infettive e agli investimenti nei sistemi di monitoraggio. Ma il punto centrale resta un altro: “la preparazione pandemica non riguarda singoli Paesi che lavorano isolatamente”. 

È una lezione che il mondo sembra aver già dimenticato troppo in fretta.