Il governo britannico guidato da Keir Starmer vacilla sotto il peso di una crisi politica che, giorno dopo giorno, assume i contorni di una vera e propria resa dei conti interna. Le dimissioni del ministro della Sanità Zubir Ahmed rappresentano soltanto l’ultimo colpo a un esecutivo già profondamente indebolito dopo il disastroso risultato delle elezioni amministrative.
Ahmed non usa mezzi termini nella sua lettera pubblicata su X: “L’opinione pubblica ha ormai irrimediabilmente perso fiducia in lei come primo ministro”. Parole pesantissime che arrivano dopo le dimissioni di altri tre ministri — Jess Phillips, Alex Davies-Jones e Miatta Fahnbulleh — e che certificano un clima da fine corsa a Downing Street.
Eppure Starmer continua a resistere. Il premier prova a mostrarsi saldo, parlando di responsabilità e stabilità economica, ma il suo discorso appare sempre più simile a quello di un comandante che tenta di mantenere il controllo mentre la nave imbarca acqua da tutte le parti.
Il problema del Labour non è soltanto elettorale. È identitario. In meno di due anni il partito che avrebbe dovuto rappresentare la “nuova speranza progressista” britannica appare logorato, diviso, incapace di parlare al suo stesso elettorato tradizionale. La working class che un tempo votava Labour oggi guarda altrove, spesso verso formazioni populiste, autonomiste o persino verso la destra radicale.
Nel frattempo sui media britannici si scatena il toto-successore. I nomi più accreditati sono quelli di Wes Streeting e Andy Burnham.
Streeting rappresenta l’ala più moderata e pragmatica del partito. Comunicatore efficace, volto giovane, considerato da molti il possibile uomo della ricostruzione. Ma pesa il legame con Peter Mandelson, figura controversa della vecchia guardia laburista. Burnham invece incarna il Labour “sociale”, radicato nel nord dell’Inghilterra, capace ancora di parlare agli operai e alle periferie. Ma non siede in Parlamento e questo rende più complicata una sua eventuale scalata immediata a Downing Street.
La vera notizia però è un’altra: il sistema politico britannico sta entrando in una fase di frammentazione senza precedenti.
In Galles il Labour perde per la prima volta in un secolo il controllo politico del territorio. A Cardiff nasce un governo guidato dagli indipendentisti progressisti di Plaid Cymru con Rhun ap Iorwerth nuovo first minister gallese.
È un terremoto politico che va ben oltre il semplice dato amministrativo. Significa che il partito che storicamente rappresentava le classi popolari britanniche non riesce più a tenere insieme il Regno Unito sociale e territoriale.
Ed è qui che molti osservatori iniziano a fare paralleli inquietanti con altri Paesi occidentali, compresa l’Australia.
Anche lì il consenso verso i grandi partiti tradizionali appare sempre più fragile. Il governo di Anthony Albanese continua a puntare tutto sul bilancio federale e sulle misure economiche per recuperare consenso, ma cresce una sensazione diffusa: il costo della vita, la crisi abitativa, l’insicurezza economica e il distacco tra élite politiche e cittadini stanno scavando un solco sempre più profondo.
Nel Regno Unito il Labour aveva promesso stabilità dopo il caos conservatore. Oggi rischia di esserne travolto a sua volta.
La politica occidentale sembra ormai vivere una nuova regola non scritta: gli elettori non aspettano più. Consumano i leader con la stessa velocità con cui scorrono le notizie sui social. Un premier oggi può passare dall’essere “salvatore” a “problema” nel giro di pochi mesi.
E mentre Starmer resiste, Londra osserva con il fiato sospeso.
Perché a Westminster tutti conoscono una verità antica: quando iniziano le dimissioni, raramente finiscono bene.
