Royal Commission

Bondi Beach non è più solo un luogo simbolo dell’estate australiana. È diventato il teatro di una ferita profonda che attraversa l’intera nazione. A distanza di settimane dall’attacco terroristico del 14 dicembre, che ha causato la morte di 15 persone, le famiglie delle vittime rompono il silenzio e lanciano un appello durissimo al governo federale: istituire immediatamente una Royal Commission nazionale sull’antisemitismo e sui fallimenti della sicurezza.

Diciassette famiglie – colpite da lutti, ferite e traumi indelebili – hanno firmato una dichiarazione congiunta che chiede “verità, responsabilità e soluzioni”. Nel mirino c’è il primo ministro Anthony Albanese, accusato di non aver ancora dato una risposta all’altezza della tragedia. “Come può il governo rifiutare una Royal Commission sul più grave attentato terroristico mai avvenuto sul suolo australiano?”, si legge nel documento. “Sono state istituite commissioni per le banche e per l’assistenza agli anziani. A noi, che abbiamo perso figli, genitori e nonni, si chiede di aspettare”.

Le famiglie parlano di segnali ignorati, di una crescita dell’odio antisemita e dell’estremismo che sarebbe stata sottovalutata per anni. Chiedono che una commissione federale indaghi su forze dell’ordine, intelligence e politiche pubbliche, per capire come sia stato possibile arrivare al massacro di Bondi.

A dare voce al dolore è anche Sheina Gutnik, figlia di Reuven Morrison, 61 anni, ucciso dopo aver tentato di fermare uno degli attentatori. “Dobbiamo sapere come è potuto accadere – ha detto – e mettere in atto riforme sistemiche perché non succeda mai più”. Parole che fotografano un clima di paura diffusa: bambini che non si sentono al sicuro a scuola, studenti universitari che evitano i campus, famiglie che guardano sempre dov’è l’uscita. “Come madre ebrea – confessa Gutnik – è la prima cosa che faccio”.

Il Primo Ministro Albanese, finora, ha respinto l’ipotesi di una Royal Commission federale, sostenendo che l’inchiesta avviata dal governo del New South Wales sia sufficiente, con il supporto di Canberra. Ma la sua posizione appare sempre più isolata. Al memoriale di Bondi è stato accolto da fischi e contestazioni, segno di una comunità ferita e arrabbiata, oltre che in lutto.

Intanto nuovi episodi alimentano l’allarme: attacchi incendiari contro famiglie ebree a Melbourne, arresti per propaganda estremista in Australia Occidentale, documenti di sicurezza che già prima dell’attentato segnalavano il rischio di violenze durante Hanukkah. “La minaccia è reale e in crescita – avvertono i familiari. L’antisemitismo non è un problema di uno Stato, è una crisi nazionale”.

Serve un’azione forte. Serve adesso. Bondi chiede giustizia. E l’Australia intera è chiamata a rispondere.

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