di Lorenzo Canu
HSC dopo HSC, Cathy Angeloni ha pensato che gli insegnanti di italiano delle scuole superiori del NSW meritassero un posto dove incontrarsi, parlare e riconoscersi. Da quell’idea è nato il Gruppo Super Prof, che sabato ha festeggiato i suoi tre anni al Sydney Rowing Club di Abbotsford, sul Boathouse Terrace, davanti al fiume con tanto di bandierina italiana.
Tra un Aperol Spritz e un altro, e un cappotto molto Punta Marina, sono emersi temi che chiunque si occupi di insegnamento della lingua italiana in Australia conosce bene: sinergia, risorse e numero di iscritti.
Molti degli insegnanti presenti sono di seconda o terza generazione. Parlano italiano fluentemente, lo amano e lo insegnano con convinzione. Tra le proposte circolate informalmente sabato, alcune non richiederebbero grandi investimenti: scambi online tra classi australiane e classi in Italia, per esempio.
Una videochiamata via Zoom tra studenti di Sydney e studenti di Bergamo o Napoli costa poco e avrebbe benefici importanti: per gli australiani, un primo contatto con i madrelingua che, chissà, potrebbero diventare amici di penna; per gli italiani, una conoscenza reale dell’Australia che, chissà, in futuro potrebbe trasformarsi in un viaggio molto più consapevole.
Talvolta, la mancanza di sinergia tra le scuole del territorio può significare che ogni insegnante porti avanti il proprio lavoro come se fosse solo, quando invece gli studenti che studiano italiano in NSW sono parte di una comunità più grande, anche se faticano a vederla.
Un’altra proposta è stata particolarmente concreta: tramite gli influencer, raggiungere i giovani. Questa è un’idea che può sembrare distante dal mondo della scuola, ma ha un suo senso.
I ragazzi costruiscono le loro preferenze culturali online e l’italiano come lingua viva, come strumento di identità e opportunità, ha bisogno di essere presente anche in quegli spazi.
Infine, un altro problema strutturale che torna ogni volta che si parla di italiano nelle scuole secondarie è il fatto che la materia è percepita come penalizzante per il punteggio finale.
Se una ragazza deve scegliere tra italiano e fisica, la logica dell’ATAR prevale: matematica e scienze aprono le porte dell’università in certi percorsi, e quando non lo fanno sono comunque garanzia di un ATAR alto; l’italiano no, o almeno così viene percepito.
Quello che si perde in questa equazione è però sottile. Studiare una seconda o terza lingua allena un tipo di pensiero che nessun’altra materia sviluppa nello stesso modo. E ogni lingua imparata abbassa la soglia per la successiva. Una cosa tira l’altra.
Lo dimostrava bene la storia raccontata da un’insegnante, di una speech pathologist che aveva studiato italiano e poi aveva deciso di trasferirsi in Giappone.
La capacità di acquisire una lingua, di abitarla e di usarla come strumento di comprensione del mondo, l’aveva accompagnata ben oltre i confini dell’italiano.
C’è un contesto istituzionale che potrebbe sostenere molto di quello che questi insegnanti cercano di fare. Non è necessario essere espliciti su chi dovrebbe fare cosa: basta osservare che quando le istituzioni che rappresentano l’Italia all’estero lavorano in sinergia con chi insegna sul territorio, i risultati si vedono.
Il numero degli studenti di italiano in Australia è calato nel tempo. Pur non in modo drammatico, è una tendenza costante. Le ragioni sono tante e nessuna è semplice da risolvere.
Quello che il Gruppo Super Prof dimostra è che tra un Aperol e l’altro, idee importanti possono emergere.
Very Italian
