di Lorenzo Canu
In occasione della Giornata Nazionale del Made in Italy, e con Vinitaly sullo sfondo, l’Istituto Italiano di Cultura di Sydney ha ospitato a York Street una degustazione organizzata con Single Vineyard Sellers, con i posti esauriti da giorni.
Il Direttore dell’Istituto, Marco Gioacchini, ha aperto con qualche dato – utile da sfoderare alla prossima cena in cui il nostro essere italiani sarà motivo di attenzione per tutti: nel 2025 l’Italia ha prodotto circa 47,2 milioni di ettolitri di vino, coprendo il 20% della produzione mondiale e superando Francia e Spagna per diventare il primo produttore mondiale. “Un vino su cinque che comprate nel mondo”, ha detto, “è italiano.” Presente anche il Console Generale Gianluca Rubagotti, a conferma del valore culturale e diplomatico dell’iniziativa.
A condurre la degustazione è stato Stuart Leece, Direttore di Single Vineyard Sellers, importatore con base a Sydney, affiancato da Tim Veale, National Sales & Export Manager della stessa azienda. Leece ha il talento raro di chi sa parlare di vino senza far sentire nessuno escluso dalla conversazione. Il percorso ha seguito la penisola da nord a sud: si è partiti con il Nino Franco Rustico Prosecco, uno dei Prosecchi non-vintage più premiati della storia, per attraversare le bollicine da metodo classico del Trento DOC, l’austerità del Roero Arneis piemontese, per arrivare infine al sole pieno del Primitivo di Manduria e al Grillo di Feudo Arancio, dalla Sicilia.
Tra i vini in assaggio, il Chianti Classico BIO di Gaiole ha aggiunto una nota di radicamento territoriale e cooperazione locale, legata a una realtà nata dall’investimento condiviso nella viticoltura del territorio.
Sul Prosecco, Leece ha raccontato un aneddoto inaspettato: negli anni ’80 Nino Franco girava il mondo a sostenere che il Prosecco non fosse “robaccia”, vino di serie B – cosa tutt’altro che ovvia all’epoca. Al tempo, infatti, il nostro vino da celebrazione non era né famoso, né di moda, ma era semplicemente il vino che si faceva da quelle parti. Insistendo, Franco cambiò tutto. Oggi il Rustico Brut porta ancora nel nome il metodo che lo distingue, legato alla rifermentazione e a una pratica produttiva ormai rara nel Prosecco.
Per spiegare la geografia del Valdobbiadene, Leece ha usato un’analogia locale: la distanza da Venezia a quella zona è comparabile a quella da Sydney a Katoomba. Non lontano, ma abbastanza da cambiare tutto, dalla temperatura, all’acidità e al carattere del vino.
Mi sono ritrovato seduto tra due giornaliste. Una di loro, tra un calice di Arneis e un boccone di crostino, mi ha raccontato che a Sydney aveva dei vicini bergamaschi. Erano loro che in casa parlavano italiano, cucinavano italiano, che senza saperlo le avevano passato una curiosità mai spenta. “È colpa loro se sono qui stasera,” ha detto ridendo.
L’Italia conta oltre 500 vitigni autoctoni,” ha osservato uno dei partecipanti a fine serata. “Stuart è riuscito a far sembrare ognuno degli otto una presentazione personale.
In una serata costruita per celebrare il Made in Italy, il vino si è confermato uno dei linguaggi più efficaci della diplomazia culturale e del soft power italiano. Tra racconti di produttori, riferimenti geografici e assaggi che hanno attraversato l’Italia da nord a sud, l’incontro ha unito promozione commerciale, identità nazionale e memoria del territorio. A Sydney, per qualche ora, l’Italia ha trovato nel calice una delle sue forme più immediate e convincenti.
