L’Italia a strati: due artisti australiani e il peso della città eterna

i Lorenzo Canu

Si è tenuto presso l’Istituto di Cultura il secondo appuntamento di My Italian Connections, la serie voluta dal Console Generale Gianluca Rubagotti con l’obiettivo di raccontare come l’Italia, con la sua storia, la sua arte e la sua cultura materiale, continui a ispirare e formare artisti australiani contemporanei.

In apertura, il Direttore Marco Gioacchini ha ricordato come ogni anno la National Art School offra a un ex allievo l’opportunità di trascorrere tre mesi alla British School at Rome: un centro di ricerca interdisciplinare di eccellenza dove i partecipanti lavorano e contribuiscono al dialogo culturale e creativo tra Italia e Australia. Stasera, ha detto Gioacchini, sentiremo dalla loro voce quanto quelle influenze abbiano contato – nella produzione artistica e nella vita.

A moderare la conversazione è stata Lorraine Kypiotis, docente di Storia dell’Arte e Theory alla National Art School, con un dottorato in studi sul Rinascimento italiano e collaboratrice fissa di ABC Radio National. Una presenza che ha dato alla serata la profondità di chi conosce bene entrambi i mondi di cui si parlava.

Corey Black ha un legame con l’Italia che viene da lontano: la famiglia è di Udine, arrivata in Australia dopo la Seconda Guerra Mondiale. La nonna ha lavorato nel terrazzo e nel cemento. Un’eredità materiale, questa, che ha finito per plasmare anche la sua ricerca, che esamina processi industriali e post–industriali lavorando con materiali, artigiani e macchine. A Roma, era arrivato con una stampante 3D in valigia (era la prima volta che la usava) e con un’idea ambiziosa: estrarre microplastiche dal corpo umano e farne una scultura. “Come artisti generiamo più domande che risposte”, ha detto. “Ed è quello che alimenta il lavoro.” Ha trovato scarti di marmo e granito nei pressi di un cimitero fuori città, circondato da marmisti che lavoravano con la stessa maestria di duemila anni fa. La stampante è rimasta a Roma. Quando Harry de Vries ha ricevuto la sua residenza due anni dopo, la trovò ad aspettarlo. 

Harry crea installazioni site–specific che indagano i flussi globali di persone, materiali e potere. Il suo lavoro esplora la riproduzione come strategia: prendere qualcosa di familiare e replicarlo fuori dal suo contesto originale, per farlo guardare in modo nuovo. Una logica non dissimile da quella di Studio65, che abbiamo incontrato qualche settimana fa alla UNSW: anche lì, oggetti riconoscibili come una colonna ionica vengono sottratti al loro contesto e restituiti straniati. È arrivato alla residenza quasi per caso, scoprendola durante un viaggio di laurea in Europa. A Roma, la metro era rotta. Ha camminato dappertutto. E camminando, ha capito che quello che lo interessava non era quando gli edifici erano stati costruiti, ma chi aveva deciso di restaurarli, e perché. Le impalcature, ovunque, sono diventate il centro della sua ricerca. 

C’è una parola che è tornata spesso: layers, strati. Strati di storia, di pietra, di significato. La serata ha toccato anche il tema dell’ingegno, parola che Lorraine ha recuperato nel dibattito su cosa distingua oggi un artista da un artigiano. Entrambi hanno citato artisti dell’arte povera come punti di riferimento: Corey, Giovanni Anselmo e la sua scultura in cui la pietra sembra consumare una lattuga; Harry, Luciano Fabro, capace di costruire un’intera carriera tornando continuamente su un piccolo gruppo di idee con angolazioni sempre diverse.

A chiudere, il Console Rubagotti ha tenuto a precisare la logica che anima entrambe le serie dell’Istituto. 

Traces of Italy e My Italian Connections nascono dallo stesso impulso: scardinare l’idea che il contributo italiano in Australia si riduca alla pizza. L’Italia ha portato molto altro. E My Italian Connections è un invito aperto a tutti gli australiani con una connessione italiana – come Corey, Harry, e prima di loro Shazia Imran – a farsi avanti e raccontare la propria storia. L’Istituto sarà felice di ascoltarla.