Il vicepresidente della Commissione europea Stéphane Séjourné presenta il trattato di libero scambio come una scelta strategica per rafforzare economia, sicurezza e indipendenza internazionale. L’accordo aprirebbe il mercato europeo a quasi il 98% del valore delle esportazioni australiane senza dazi, ma in Australia cresce lo scontro politico sulle quote agricole e sugli impegni climatici. Il governo Albanese difende il risultato, mentre i Nationals chiedono di riaprire i negoziati.
L’accordo di libero scambio tra Australia e Unione europea non riguarda soltanto dazi doganali, esportazioni e nuove opportunità commerciali. È una scelta strategica destinata a influenzare il ruolo di Canberra e Bruxelles negli equilibri internazionali dei prossimi decenni.
È il messaggio lanciato da Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la Prosperità e la Strategia industriale, che in un’intervista esclusiva a NewsWire ha difeso l’intesa raggiunta con il governo australiano.
Secondo l’alto funzionario europeo, in un mondo caratterizzato dal ritorno della competizione tra le grandi potenze, rafforzare le relazioni commerciali tra Paesi che condividono valori democratici, rispetto del diritto internazionale e strumenti pacifici di risoluzione dei conflitti rappresenta una necessità economica e politica.
Il trattato, i cui negoziati si sono conclusi il 24 marzo 2026 dopo otto anni di trattative, promette di aprire nuove opportunità per le imprese australiane in un mercato di circa 450 milioni di consumatori.
Ma mentre Bruxelles parla di un risultato vantaggioso per entrambe le parti, in Australia il progetto incontra una crescente opposizione politica, soprattutto per le concessioni ottenute dagli allevatori di bovini e ovini e per le disposizioni ambientali.
Séjourné: il libero scambio è anche una scelta geopolitica
Per Stéphane Séjourné, il valore dell’intesa deve essere considerato in un contesto internazionale profondamente cambiato.
L’Unione europea sta cercando di ridurre la dipendenza economica dagli Stati Uniti e dalla Cina, diversificando mercati, fornitori e catene di approvvigionamento.
La politica commerciale di Donald Trump, caratterizzata dall’introduzione di nuovi dazi, ha contribuito ad accelerare questa strategia.
L’Europa dipende ancora significativamente dal mercato americano per le proprie esportazioni e dalla Cina per numerose materie prime e componenti industriali.
In questo scenario, l’Australia rappresenta per Bruxelles un interlocutore importante per la stabilità delle relazioni economiche, la disponibilità di minerali critici e la presenza strategica nell’Indo-Pacifico.
Séjourné considera gli accordi commerciali strumenti per rafforzare l’autonomia strategica europea e costruire relazioni più solide con Paesi affidabili.
L’intesa con Canberra è stata definita dal vicepresidente della Commissione europea un risultato positivo per entrambe le economie, ma soprattutto un segnale politico rivolto al resto del mondo.
Il messaggio è che Australia ed Europa intendono continuare a sostenere un sistema commerciale fondato su regole condivise, anche in una fase di crescente protezionismo internazionale.
Un mercato da 450 milioni di consumatori
L’accordo prevede importanti riduzioni dei dazi sulle esportazioni australiane verso l’Unione europea.
Secondo il Dipartimento australiano degli Affari Esteri e del Commercio (DFAT), il 97,8 per cento del valore attuale delle esportazioni australiane di beni potrebbe entrare nel mercato europeo senza dazi fin dall’entrata in vigore del trattato. La quota arriverebbe al 98 per cento dopo sette anni.
Si tratta di un cambiamento rilevante per un mercato che negli ultimi decenni ha mantenuto barriere commerciali particolarmente elevate su diversi prodotti agricoli.
Tra i settori che potrebbero beneficiare maggiormente dell’intesa figurano vino, prodotti ortofrutticoli, cereali, frutta secca, prodotti ittici, servizi professionali e materie prime destinate all’industria.
Il governo australiano evidenzia anche le opportunità offerte dal commercio di minerali critici, fondamentali per la produzione di batterie, veicoli elettrici e tecnologie energetiche.
Le valutazioni economiche diffuse durante il dibattito politico hanno indicato possibili benefici nell’ordine di miliardi di dollari australiani, ma si tratta di stime economiche, non di entrate automaticamente garantite.
Il DFAT cita, in particolare, una modellizzazione europea secondo cui l’accordo potrebbe aumentare il PIL reale australiano fino a 7,8 miliardi di dollari entro il 2030.
Gli allevatori contestano le quote su carne bovina e ovina
Il settore agricolo rappresenta il principale punto di contrasto.
I produttori australiani di carne bovina e ovina ritengono che Bruxelles non abbia concesso un accesso sufficientemente ampio al proprio mercato.
L’accordo garantirebbe, una volta completata l’attuazione, accesso preferenziale per 35.000 tonnellate annue di carne bovina, comprese 30.600 tonnellate di nuove concessioni.
Per la carne ovina e caprina, la quota complessiva arriverebbe a 30.851 tonnellate annue, comprendendo 25.000 tonnellate di nuovo accesso.
Sono incrementi rispetto alle condizioni precedenti, ma non equivalgono all’eliminazione di tutte le restrizioni quantitative.
È proprio questo il punto contestato dai Nationals e da alcune organizzazioni agricole, secondo cui le concessioni restano insufficienti rispetto al potenziale produttivo australiano.
Il leader dei Nationals, Matt Canavan, ha espresso una dura opposizione al trattato nella sua formulazione attuale, chiedendo al governo Albanese di riprendere il confronto con Bruxelles.
Canavan sostiene che un accordo che non riconosca un accesso più ampio per carne bovina, ovina e altri prodotti agricoli rischi di penalizzare importanti comunità regionali australiane.
Il governo Albanese: dobbiamo difendere l’interesse nazionale
Il ministro federale del Commercio Don Farrell ha riconosciuto che non tutte le richieste dei produttori di carne sono state soddisfatte.
Ha però ribadito che il compito del governo è valutare l’interesse economico complessivo del Paese, non esclusivamente quello di un singolo comparto.
Secondo l’esecutivo, l’accordo offre opportunità significative a numerosi settori produttivi, favorendo la diversificazione delle esportazioni e la riduzione della dipendenza commerciale da un numero limitato di mercati.
Farrell sostiene inoltre che riaprire l’intero negoziato rischierebbe di compromettere un compromesso raggiunto dopo anni di trattative particolarmente complesse.
Il dibattito attraversa anche la Coalition, dove le posizioni dei Nationals non coincidono necessariamente con quelle di tutti gli esponenti liberali.
Alcuni parlamentari del Partito Liberale hanno infatti espresso perplessità sull’ipotesi di respingere un’intesa che, nel complesso, potrebbe offrire vantaggi all’economia australiana.
Il confronto si concentra anche sulla necessità di chiarimenti aggiuntivi in merito agli obblighi ambientali previsti dal trattato.
Gli orticoltori difendono l’accordo
Non tutto il settore agricolo condivide la posizione contraria all’intesa.
AUSVEG, l’organizzazione nazionale che rappresenta i produttori australiani di ortaggi, ha invitato il Parlamento a sostenere il trattato.
Il direttore generale Michael Coote ritiene che l’apertura del mercato europeo rappresenti un’opportunità particolarmente importante in un momento caratterizzato dall’aumento dei costi produttivi e dalle difficoltà incontrate dalle aziende agricole.
Secondo AUSVEG, ridurre le barriere commerciali potrebbe offrire nuove possibilità di esportazione e contribuire alla diversificazione dei mercati.
L’organizzazione teme che una bocciatura dell’accordo possa danneggiare anche produttori che non sono direttamente coinvolti nelle controversie sulle quote di carne.
Il dibattito mette quindi in evidenza interessi differenti all’interno dello stesso settore agricolo: da una parte le preoccupazioni degli allevatori, dall’altra le opportunità individuate da orticoltori e altri produttori alimentari.
Il nodo climatico: quali conseguenze per l’Australia?
Un’altra questione controversa riguarda gli impegni ambientali.
I Nationals temono che le disposizioni del trattato possano limitare la libertà dei futuri governi australiani di modificare le politiche sul cambiamento climatico.
Il capitolo dedicato al commercio e allo sviluppo sostenibile è infatti collegato a un meccanismo di risoluzione delle controversie.
Secondo la documentazione ufficiale australiana, la sospensione di preferenze commerciali può essere prevista soltanto in presenza di gravi violazioni di determinati obblighi climatici o sul lavoro, dopo specifiche procedure di consultazione e contestazione.
Non si tratta quindi di penalità automatiche per il semplice mancato raggiungimento di un singolo obiettivo annuale sulle emissioni.
Rimane tuttavia una questione politicamente sensibile, perché riguarda il rapporto tra obblighi internazionali, autonomia legislativa e politiche climatiche nazionali.
Il governo sostiene che il trattato preservi il diritto dell’Australia di regolamentare le proprie politiche ambientali.
I critici chiedono invece garanzie più esplicite sulla possibilità di modificare in futuro tali politiche senza subire conseguenze commerciali.
Europa e Australia: cresce l’importanza della sicurezza
Nell’intervista a NewsWire, Séjourné ha affrontato anche le questioni della difesa e della sicurezza internazionale.
La guerra in Ucraina, il rapporto tra Russia e Cina e l’incertezza legata alle scelte dell’amministrazione Trump hanno contribuito, secondo il vicepresidente europeo, a rafforzare la necessità di una maggiore autonomia strategica dell’Unione.
L’Europa deve sviluppare capacità che le permettano di difendere i propri interessi senza dipendere esclusivamente dalle decisioni di Washington.
Séjourné ha però evitato di suggerire che l’Australia debba modificare la propria politica di difesa o il rapporto strategico con gli Stati Uniti.
Ha sottolineato che si tratta di decisioni sovrane, spettanti esclusivamente al governo e alle istituzioni australiane.
Il vicepresidente europeo ha invece evidenziato un interesse comune per la stabilità del Pacifico, regione nella quale la Francia mantiene territori e importanti responsabilità strategiche.
La cooperazione tra Bruxelles e Canberra potrebbe quindi assumere maggiore rilevanza anche sul piano della sicurezza marittima, della protezione delle infrastrutture e della resilienza economica regionale.
Russia, Cina e le conseguenze delle scelte internazionali
Un ulteriore passaggio dell’intervista ha riguardato il ruolo della Cina nei rapporti con la Russia.
Pechino rimane uno dei principali partner commerciali di Mosca, mentre le relazioni tra Cina e Unione europea continuano a rivestire un’importanza economica fondamentale per entrambe le parti.
Secondo Séjourné, le scelte compiute dai grandi Paesi nelle relazioni con la Russia non possono essere considerate del tutto separate dai rapporti economici con l’Europa.
Il vicepresidente della Commissione europea ha lasciato intendere che Bruxelles intenda evidenziare a Pechino le conseguenze strategiche delle sue decisioni internazionali.
Non ha tuttavia confermato l’esistenza di una nuova iniziativa europea specifica volta a colpire l’economia russa attraverso misure commerciali contro la Cina.
Il tema conferma quanto il commercio internazionale sia diventato uno strumento sempre più legato alla politica estera.
Cosa cambia per le imprese italiane in Australia
L’accordo presenta anche aspetti di particolare interesse per la comunità imprenditoriale italiana e per i produttori di alimenti e vini.
Uno dei capitoli riguarda la protezione delle indicazioni geografiche europee, tra cui numerose denominazioni italiane.
In base all’intesa, l’Australia proteggerà 396 indicazioni geografiche dell’Unione europea, comprendenti prodotti agroalimentari e bevande alcoliche.
Tra queste figurano denominazioni di origine italiana come Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma e Prosecco.
Sono state tuttavia negoziate eccezioni e periodi transitori per alcune denominazioni già utilizzate dai produttori australiani.
La parola parmesan, ad esempio, potrà continuare a essere utilizzata in Australia secondo le regole concordate, mentre la denominazione protetta Parmigiano Reggiano rimarrà riservata al prodotto autentico.
Per il Prosecco australiano è prevista la possibilità di continuare a utilizzare il nome sul mercato interno come varietà di uva, mentre per le esportazioni verrà introdotto un periodo transitorio di dieci anni dall’entrata in vigore delle pertinenti modifiche all’accordo sul vino.
Il nuovo quadro potrebbe offrire opportunità commerciali alle imprese italiane che esportano prodotti autentici e, contemporaneamente, richiedere adeguamenti ad alcune aziende australiane che utilizzano denominazioni di tradizione europea.
Un accordo concluso ma non ancora operativo
Nonostante l’intesa politica raggiunta nel marzo scorso, il trattato non è ancora entrato in vigore.
I testi concordati devono completare le verifiche giuridiche e linguistiche, essere formalmente firmati e affrontare le procedure di approvazione previste dalle istituzioni australiane ed europee.
In Australia è previsto l’esame parlamentare attraverso il Joint Standing Committee on Treaties e l’eventuale approvazione della legislazione necessaria per applicare l’accordo.
Sul versante europeo, saranno necessari i passaggi istituzionali previsti dal Consiglio dell’Unione europea e dal Parlamento europeo.
La firma potrebbe intervenire tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, mentre l’entrata in vigore richiederà ulteriori procedure.
Il sostegno politico del Parlamento australiano rimane quindi una questione centrale.
Il commercio come scelta sul futuro del Paese
Il confronto sul trattato tra Australia e Unione europea riflette una questione più ampia.
In un sistema internazionale caratterizzato da rivalità strategiche, dazi e nuove tensioni geopolitiche, gli accordi commerciali non servono soltanto a facilitare la circolazione delle merci.
Possono contribuire a diversificare le relazioni economiche, costruire alleanze e ridurre la vulnerabilità dei Paesi rispetto alle decisioni delle principali potenze mondiali.
Per Bruxelles, l’Australia è un partner importante nella strategia europea verso l’Indo-Pacifico.
Per Canberra, l’accesso al mercato unico europeo potrebbe offrire nuove opportunità alle imprese e rafforzare la propria presenza economica internazionale.
Restano però da affrontare le preoccupazioni degli allevatori, il confronto sulle norme climatiche e le resistenze parlamentari.
L’accordo è stato negoziato, ma la sua attuazione non è ancora garantita. E la discussione che si è aperta in Australia dimostra quanto una decisione commerciale possa trasformarsi in una questione di politica nazionale e di posizionamento internazionale.
È proprio su questo punto che insiste Stéphane Séjourné: la posta in gioco non riguarda soltanto il valore degli scambi, ma il ruolo che Australia ed Europa intendono assumere nel mondo che cambia.
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A cura della Redazione
