FFSS. L’INTRIGANTE  STORIA DI CIUF CIUF 

FS… che strano titolo per un articolo! Veramente non proprio strano, se pensiamo ai tanti italiani che lasciarono l’Italia negli anni del dopoguerra: forse non avranno dimenticato, ma ricorderanno ancora quei vagoni passeggeri di colore grigio scuro delle Ferrovie dello Stato, con i sedili in legno e carrozze di 1ª, 2ª e 3ª classe con la scritta “FS”. Vero?

Ma andiamo per passi, seguendo la nostra storia.

Tutto nacque in quel lontano 3 ottobre 1839, durante il Regno delle Due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, che per sua volontà fece costruire e inaugurò la prima ferrovia italiana per passeggeri sulla tratta Napoli–Portici, di soli 7 chilometri e mezzo, usando una locomotiva a vapore della Bayard dell’ingegnere francese Armando Giuseppe Bayard. Si trattava di un servizio esclusivo e privato per il re Ferdinando, che dal centro di Napoli lo avrebbe utilizzato per raggiungere la sua Reggia a Portici; ma era anche il preludio di un futuro di modernità.

Da lì, nella zona di Pietrarsa, fu costruita la prima locomotiva interamente nostrana, sotto la direzione di Giuseppe Bayard. Alla Napoli–Portici seguì poi l’estensione fino a Salerno; anche al Nord si cominciarono a creare linee ferroviarie, con la Milano–Monza del 1840. A seguire, nel 1841, la Firenze–Livorno, chiamata Leopolda per volere del granduca Leopoldo II di Lorena.

Nel 1842 arrivò la Mestre–Padova, usando la linea Milano–Venezia, che comportò la costruzione del ponte sulla laguna di Venezia con le sue 220 arcate. Via via molte altre linee ferroviarie vennero costruite, e questa è storia.

Alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 si contavano ben 2.560 km di strade ferrate. Oggi, nel 2025, la rete ferroviaria italiana attiva è di circa 16.900 chilometri, per complessivi 24.000 km considerando anche linee private e dismesse, comprese le oltre 1.000 dell’alta velocità.

Pietrarsa, nel tempo, non fu solo l’officina per la costruzione delle locomotive, ma oggi è il grande Museo Nazionale Ferroviario. Un museo di quasi 37.000 metri quadrati, dove decine e decine di treni a vapore, diesel ed elettrici fanno bella mostra della storia delle nostre ferrovie, iniziata nel lontano 1839.

Chi ricorda le vecchie “caffettiere” (così si chiamavano quelle a vapore) degli anni ’50? Ora sono tutte in pensione. Eppure ho sentito dire che alcune di queste vengono mantenute attive, dislocate in varie parti d’Italia perché, in caso di guerra – quindi senza elettricità – diventerebbero di grande utilità per il trasporto. Forse è vero, o forse sono solo storie.Comunque, dagli anni ’20 a oggi, sono arrivate le meravigliose locomotive elettriche come le E626, le E428 e la famosa E444, chiamata “La Tartaruga” per la sua potenza e velocità. Per l’alta velocità si parla delle più moderne E402 ed E412, adatte anche al traffico internazionale.

E poi ci sono le Frecce: Frecciarossa, Frecciabianca e Frecciargento, come gli ETR 500, con la loro “modesta” velocità di 250–300 km/h.

Non dimentichiamo anche le vecchie motrici – si fa per dire vecchie – ma sempre necessarie e adatte al traffico non elettrificato o alle manovre delle merci nei porti e nei depositi: parliamo dei diesel o delle motrici a bassa potenza.

Chi non ricorda le famose “Littorine”, che ricordano la città di Littoria (oggi Latina), nate nel periodo del Ventennio con motore diesel-elettrico?

Ma non finisce qui: ci sarebbe molto altro da raccontare. Il tempo… anzi no, il tempo c’è; è lo spazio sul giornale che manca. Bisogna dare spazio anche agli altri, e non solo alla rubrica “Daje de punta”.

Per il momento, un arrivederci.