L’amico – The friend – Die Liebhaberin – El amigo – L’ami: in qualsiasi lingua lo si dica è sempre “amico”. Non è facile creare un amico. Per molti, l’amico è una persona benevola, un volto amico o, come si definisce fra due persone, un rapporto confidenziale. Molti dicono: ho un amico per la pelle, e molti altri usano straordinarie definizioni per amico. Sentiamo continuamente dire: un mio amico, oppure un mio carissimo amico; ho conosciuto ieri un simpatico tizio, un vero amicone, ecc., ecc.
Per me l’amico è qualcosa di più della semplice parola. Per me, al principio di un incontro o relazione, c’è il conoscente, il vicino di casa, il collega, una persona incontrata o presentata da altri e quant’altro, ma non un amico. Creare un amico, quello vero, ci vuole tempo, a volte anni.
Vi racconto una storia che, per ovvi motivi, ha nomi e luoghi fittizi. Molti anni fa noi bambini andavamo a scuola, come tutte le mattine, sempre alla stessa ora, ma un giorno mi resi conto che facevo la stessa strada insieme a un compagno di classe che camminava sul marciapiede opposto.
Un ciao oggi, un ciao il giorno dopo; cominciammo a usare lo stesso marciapiede, parlando delle solite polpette che si possono raccontare fra due ragazzi: lui tifoso della Lazio, mentre io per la Roma.
Quindi un argomento in comune: “il Pallone”, lo scambio delle figurine, molto in uso in quegli anni; poi il dopo scuola presso l’oratorio, dove un certo don Ugo supervisionava che i compiti fossero fatti prima di passare al divertimento, come il ping-pong, le freccette o il classico batti muro per conquistare qualche figurina in più. C’è forse chi ricorda quei giochi? Il tempo passava e una certa reciproca simpatia prendeva forza.
Finimmo le elementari e passammo alle superiori, ma questa volta in classi separate. La nostra amicizia rimaneva solida: non più di 25 di noi per classe, lui alla sezione A, io alla B. Passarono gli anni e la nostra amicizia rimaneva solida. Poi, un po’ più adulti, in estate andavamo al mare insieme, con il beneplacito dei nostri genitori, che ormai si fidavano di noi.
Ci confidavamo i nostri pensieri, sapendo ascoltare; era come pensare a voce alta. Nessun consiglio: avevamo capito che saper ascoltare aiutava a risolvere molti dubbi. Poi arrivò il servizio militare: lui in Piemonte, io in Puglia; grandi lettere e appuntamenti per le vacanze in montagna. Poi lui seguì le orme del padre come tecnico ottico, io nel trasporto turistico aereo, ma sempre presenti ad ogni occasione. Mai suggerire, né dare risposte né consigli: il solo saper ascoltare era il reciproco aiuto ai nostri problemi.
Purtroppo la vita non perdona e tutto ha una fine. Io gli fui vicino quando suo padre passò a miglior vita, e lui fece altrettanto qualche anno dopo, quando anche mio padre se ne andò. In tutti questi anni, quando ci incontravamo, il nostro saluto era sempre lo stesso: “Ciao, vecchiaccio”.
Dopo tutti questi anni, vi posso assicurare che lui era il mio vero amico. Ora sono quasi 15 anni che non lo sento più, da quando anche lui, pur non volendo, se ne è andato. Chissà se ci rivedremo in quell’altra sponda: dopotutto eravamo legati da una vera amicizia, e ci farebbe piacere continuarla.
Non so se avete capito il senso, ma un amico — solo quello vero — lo si può chiamare amico. Gli altri? Mah, sono tutti dei simpatici conoscenti. Che altro?
