Come i Liberali ‘temperati’ scoraggiano Taylor

Mentre il neoeletto leader dell’opposizione australiana, Angus Taylor, prepara la sua strategia politica, alcuni membri moderati del Partito Liberale mettono in guardia contro l’adozione di politiche migratorie estreme ispirate all’ex presidente statunitense Donald Trump. La proposta trapelata prevedeva divieti generalizzati per immigrati provenienti da regioni controllate da organizzazioni terroristiche, tra cui Gaza, Libano e altre zone di 13 Paesi.

Il piano, sviluppato sotto la precedente leader Sussan Ley, puntava a limitare l’ingresso di migranti da Afghanistan, Algeria, Camerun, Egitto, Libano, Libia, Mali, Niger, Nigeria, Palestina, Filippine, Somalia e Yemen. Il senatore conservatore Leah Blyth ha sottolineato la necessità di evitare generalizzazioni: “Non tutti i cittadini di quelle regioni sono terroristi. Le restrizioni indiscriminate rischiano di colpire persone innocenti e oppresse.”

Paul Scarr, ex ministro ombra dell’Immigrazione, ha preso le distanze dalla parte del piano che prevedeva divieti per Paese, dichiarando di non aver mai approvato questa misura. Allo stesso modo, il senatore Andrew McLachlan ha richiamato l’attenzione sull’importanza di un dibattito migratorio basato su merito e integrazione, evitando il populismo di One Nation.

Il piano prevedeva anche accelerazioni nell’espulsione di richiedenti asilo e studenti internazionali e restrizioni sul diritto di ricorso. Taylor ha anticipato una riduzione generale dei livelli di immigrazione e un approccio più selettivo, orientato verso chi rispetta i valori fondamentali australiani.

Alcuni membri del partito temono che una linea dura possa alienare l’elettorato urbano e danneggiare i moderati interni, mentre altri evidenziano pressioni da parte di esponenti conservatori, incluso Tony Abbott, per un ritorno a politiche più restrittive sul modello storico “White Australia”.

La sfida principale per Taylor sarà bilanciare le richieste dei conservatori con la necessità di mantenere coesione sociale e attrattività internazionale, evitando che il dibattito migratorio si trasformi in uno scontro culturale interno.