Il dibattito sul possibile ingresso della Nuova Zelanda come settimo stato australiano torna a far discutere, scatenando opinioni contrastanti tra commentatori e cittadini. A riaccendere la discussione è stato David Farrar, noto politologo e sondaggista neozelandese, che ha invitato Aotearoa a prendere in considerazione l’antica proposta di unirsi all’Australia, in vigore da oltre 125 anni.
Secondo Farrar, la crescente instabilità internazionale richiederebbe soluzioni concrete per garantire sicurezza e prosperità. In un articolo per The Post, ha sostenuto che un’unione con l’Australia non solo rafforzerebbe la posizione della Nuova Zelanda nel mondo, ma porterebbe vantaggi anche all’Australia stessa. “Unirsi all’Australia proteggerebbe la Nuova Zelanda, rafforzerebbe l’Australia e porterebbe benefici a tutti,” scrive Farrar, citando le tensioni globali come motivo per non rimanere isolati.
Dal punto di vista costituzionale, l’idea non è del tutto peregrina: l’Australia prevede la possibilità di ammettere la Nuova Zelanda come stato, e tra i due Paesi esistono già accordi reciproci che permettono ai cittadini di vivere e lavorare liberamente dall’una all’altra sponda del Tasman.
Eppure, l’entusiasmo dei commentatori australiani e di alcuni esperti non sembra riflettersi tra i cittadini neozelandesi. La maggior parte dei lettori di Stuff, ad esempio, si dichiara contraria all’ipotesi di perdere l’indipendenza politica, considerata un valore irrinunciabile. Liam Hehir, commentatore conservatore, sottolinea come l’identità nazionale debba essere preservata e che eventuali decisioni di questo tipo dovrebbero emergere solo se diventasse impossibile sostenere la sovranità da soli.
Il primo ministro neozelandese, Christopher Luxon, ha chiarito subito la posizione ufficiale: “Non accadrà. La Nuova Zelanda apprezza il rapporto stretto con l’Australia, ma valorizza anche la propria identità e sovranità.” Parole che chiudono ogni discussione concreta sull’unione, ma che al tempo stesso non fermano il dibattito sulle opportunità e sui rischi di una maggiore integrazione trans-tasmanica.
La questione, più che politica, appare oggi come un dibattito sull’identità e sul futuro dei due Paesi: sicurezza, economia e geopolitica da un lato; indipendenza, orgoglio nazionale e autonomia dall’altro. La Nuova Zelanda ha scelto la propria strada, ma la provocazione di Farrar ci ricorda che in un mondo in rapida evoluzione le alleanze e le identità nazionali sono sempre oggetto di riflessione.
