Bagarre e conflitti nella Commissione anglofona del CGIE 

Da sempre, la nostra testata ha prestato un occhio attento al funzionamento degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero – i Com.It.Es.  e il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) – in particolare.  

In merito ad alcune recenti vicende interne di questo secondo organismo, meno conosciuto a molti connazionali, vogliamo oggi dare notizia ai lettori.  

Iniziamo dal fatto che due dei quattro consiglieri componenti la Commissione dei Paesi anglofoni del CGIE, Vincenzo Arcobelli, eletto negli Stati Uniti e il prof. Franco Papandrea, consigliere per l’Australia, hanno recentemente presentato una diffida formale alla Segretaria Generale del CGIE, Maria Chiara Prodi. 

Si tratterebbe di un atto non usuale nella vita di un organismo di rappresentanza, che nasce da un disagio istituzionale maturato nel tempo e non riconducibile a un singolo episodio. 

Secondo i consiglieri interessati, l’iniziativa non avrebbe una matrice personale, ma risponde all’esigenza di tutelare principi essenziali per il corretto funzionamento del CGIE, con riferimento al rispetto reciproco, il diritto all’ascolto e la correttezza del confronto. 

Basta leggere i resoconti sommari pubblicati sul sito web del CGIE per rendersi subito conto dello scontro che si propaga ormai da mesi e non ha risparmiato commenti forti in una dialettica, probabilmente molto più che semplicemente “accesa” tra le parti. 

La presidente di questa commissione, che rappresenta i paesi dell’area anglofona fuori dall’Europa, è Silvana Mangione. La stessa sembra non riuscire a trovare una quadra che possa ristabilire una fattiva collegialità operativa tra i quattro membri componenti della commissione. 

Intervenendo al Comitato di Presidenza lo scorso 14 gennaio, in una riunione alla quale i consiglieri Arcobelli e   Papandrea non erano presenti e quindi impossibilitati a replicare, Mangione descriveva lo stallo della commissione come una “situazione allucinante”. Sempre secondo la Mangione, i due membri starebbero lavorando per “tenere in ostaggio”, il funzionamento della commissione e mirerebbero ad un “colpo di mano”, nell’intento di accrescere il proprio ruolo nell’ambito del Consiglio Generale.  È inutile negare che il principio di collegialità che dovrebbe costituire la base del lavoro di un organismo rappresentativo, ha subito un progressivo indebolimento sia all’interno della Commissione che nei rapporti istituzionali.  

In particolare, è stata segnalata da Arcobelli e Papandrea una difficoltà crescente nell’accesso a informazioni complete e tempestive sui lavori del Comitato di Presidenza, sugli ordini del giorno delle riunioni e sugli esiti delle decisioni assunte.  I due consiglieri sostengono quindi di trovarsi “nella condizione di spettatori costretti a reperire informazioni da comunicati stampa o da eventuali pubblicazioni di resoconti ufficiali sul sito del CGIE”.  

Di fatto, non sarebbero “adeguatamente informati per garantire trasparenza, responsabilità e un corretto rapporto con i Com.It.Es. e con le collettività di riferimento.” Nelle rare occasioni in cui vengono interpellati, spesso si tratterebbe “di consultazioni di forma a fatti compiuti su decisioni già determinati senza alcun reale confronto preventivo”. 

Questo modo di procedere, che di fatto escluderebbe ogni forma di consultazione e collegialità, ha scatenato una crisi in cui si trovano paradossalmente accusati di non aver semplicemente eseguito decisioni imposte dall’alto. 

Al centro della controversia vi sarebbe anche il rinvio della convocazione di una riunione della Commissione prevista in Sudafrica. Secondo Arcobelli e Papandrea, la data sarebbe stata fissata dalla Vicesegretaria Mangione senza una preventiva consultazione con tutti i membri.  

Nel tentativo di ricondurre le divergenze su un piano di confronto costruttivo, sono state avanzate ripetute richieste di una riunione congiunta tra il Comitato di Presidenza e la Commissione anglofona.  Secondo i consiglieri interessati, l’obiettivo era semplicemente di spiegare le proprie ragioni, chiarire eventuali fraintendimenti e contribuire a ricondurre il confronto su un piano costruttivo. Tali richieste non avrebbero tuttavia trovato accoglimento, in quanto, a detta della Segretaria Generale, sostanzialmente non esisterebbe nella normativa una regola che consenta un tale dialogo interno.  

E mentre non è stato consentito ai consiglieri di intervenire al Comitato di Presidenza per chiarire la vicenda, la questione è stata comunque discussa nella riunione del 14 gennaio, in loro assenza e senza che potessero esporre le proprie ragioni. Quanto emerso in quella sede è stato poi pubblicato sul sito web istituzionale.  

Preso atto delle affermazioni di particolare gravità nei confronti di Arcobelli e Papandrea pronunciate in quella riunione dalla Vicesegretaria Generale Mangione, i consiglieri hanno presentato una diffida come strumento formale di tutela della loro dignità personale e istituzionale.  Di seguito alla diffida sono stati invitati a partecipare alla riunione del Comitato di Presidenza del 14 febbraio. 

Nel frattempo, emerge un altro punto complesso — la rimozione dal sito istituzionale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero di due resoconti ufficiali delle riunioni del Comitato di Presidenza del 18-19 novembre 2025 e del 14 gennaio 2026. 

Il primo resoconto è stato rimosso su richiesta della deputata Federica Onori che non si sarebbe limitata a chiedere la rettifica di un passaggio che la riguardava. Dal resoconto del 17 febbraio 2026 si evince che la richiesta della deputata è pervenuta solo dopo che alcuni consiglieri avevano già segnalato l’avvenuta rimozione dei resoconti e avevano chiesto chiarimenti sulla motivazione della stessa. 

Il secondo caso riguarda invece il resoconto contenente le sopra citate affermazioni della Mangione, la cui rimozione non era mai stata richiesta nella diffida inviata dai consiglieri Arcobelli e Papandrea. 

Secondo quanto riportato nel resoconto, la Segretaria generale avrebbe disposto la rimozione in modo discrezionale al fine di prevenire il rischio di possibili profili di diffamazione connessi alla diffusione online dei contenuti. 

Questa decisione ha suscitato aspre critiche all’interno del Comitato di Presidenza, in quanto adottata sulla base di una richiesta informale di un soggetto esterno al CGIE e in assenza di una delibera collegiale, in contrasto con quanto previsto dal regolamento interno del Consiglio. Da ciò deriva la successiva ripubblicazione dei due resoconti.

Nell’incontro con il Comitato di Presidenza, i consiglieri Arcobelli e Papandrea hanno chiarito con fermezza che, “la crisi in atto riguarda esclusivamente il metodo di lavoro e il funzionamento istituzionale. ” 

In particolare, “attiene ai principi di collegialità, trasparenza nei processi decisionali e pieno riconoscimento dei diritti dei consiglieri, senza i quali la rappresentanza rischia di perdere credibilità e autorevolezza.” 

In quella sede i consiglieri avrebbero altresì ribadito la loro piena disponibilità a voltare pagina, a condizione però che si ripartisse dal ripristino della verità dei fatti e da un chiaro impegno della Vicesegretaria Generale ad adottare in futuro un metodo di lavoro più collegiale e rispettoso del ruolo e della dignità degli altri consiglieri. 

Durante l’intera riunione, la Vicesegretaria Generale Mangione non è mai intervenuta, nemmeno a seguito di una esplicita sollecitazione da parte del Consigliere Arcobelli.   La Segretaria Generale, anziché adempiere al dovere di imparzialità e di equilibrio di chi presiede una riunione istituzionale, a dire di Arcobelli e Papandrea, sarebbe intervenuta assumendo apertamente le difese della Vicesegretaria Mangione, fino a negare la necessità di scuse o di qualsiasi assunzione di responsabilità istituzionale. Il conflitto è stato così ricondotto a una mera divergenza interpretativa e relazionale. 

Il CGIE è l’organo di rappresentanza degli italiani nel mondo, inclusa la vasta comunità italiana in Australia. Quando al suo interno emergono criticità legate al metodo e alla qualità del confronto, queste non restano confinate ai lavori interni, ma investono direttamente il rapporto di fiducia con le comunità che l’istituzione è chiamata a rappresentare. 

Difendere il diritto all’ascolto e un confronto corretto significa difendere la qualità della rappresentanza democratica. Le differenze di opinione sono legittime e fisiologiche; ciò che non può venir meno è la disponibilità a gestirle con rispetto, trasparenza e senso di responsabilità istituzionale. 

L’auspicio è che questa vicenda contribuisca a riportare l’attenzione sul metodo di lavoro del CGIE e favorisca un clima più collaborativo, nell’interesse dell’istituzione e delle comunità italiane all’estero.

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*