Diciotto anni dal “Sorry” alle popolazioni indigene. E ora?

«Siamo sopravvissuti al passato. Non tradite il nostro futuro». A diciotto anni dalle Scuse Nazionali rivolte alle Stolen Generations, i sopravvissuti attendono ancora i cambiamenti concreti che erano stati promessi. Quel 13 febbraio 2008 fu un momento storico di verità e riconoscimento, ma non doveva restare un gesto simbolico: rappresentava un impegno ad agire.

Oggi, a quasi trent’anni dal rapporto Bringing Them Home, i progressi restano lenti e disomogenei. Solo il 6 per cento delle raccomandazioni è stato pienamente attuato. Intanto i sopravvissuti invecchiano: molti hanno tra i 70 e i 90 anni. Senza interventi immediati, assistenza agli anziani accessibile e informata sul trauma, risarcimenti equi, pieno accesso ai documenti personali, finanziamenti stabili alle organizzazioni guidate dai sopravvissuti e un sistema nazionale di responsabilità — il rischio è quello di un nuovo fallimento.

Uncle David Wragge, Wakka Wakka, membro dello Stolen Generations Reference Group della Healing Foundation, conosce bene il peso delle promesse mancate. A nove anni fu strappato alla famiglia e portato nel dormitorio maschile di Cherbourg, nel Queensland. Sei anni di rigido controllo e punizioni severe, tra abusi e traumi destinati a segnare un’intera vita. «Aged care, documenti, risarcimenti: sono le battaglie che combattiamo ancora. Il tempo sta finendo», afferma. E sottolinea l’importanza del “truth telling”: «Queste politiche erano sotto il controllo dei governi. Devono assumersi la responsabilità e riparare ai danni fatti alle persone e alle famiglie».

Il trauma, ricorda, non si ferma a una generazione: «Viene trasmesso ai nostri figli».

Anche il professor Steve Larkin, presidente della Healing Foundation, avverte: «Le Scuse erano un impegno, non un capitolo chiuso. Troppi sopravvissuti sono morti senza vedere giustizia». Con il trentesimo anniversario di Bringing Them Home nel 2027 alle porte, il Paese è chiamato a trasformare le parole in azioni concrete. I sopravvissuti chiedono dignità, giustizia e la certezza che l’Australia mantenga finalmente le promesse fatte.