“La Repubblica” compie cinquant’anni: la storia del futuro

di Franco Radaelli

Cinquant’anni di “Repubblica”; cinquant’anni con “La Repubblica”. Il sapore è quello di un felice anniversario familiare. Di quelli incontri casuali che giorno dopo giorno ti prendono per mano e ti accompagnano per una vita. Si trattò di un evento annunciato da una serie di numeri zero che ventilavano un modo nuovo di fare informazione, di analizzare fenomeni, individuarne le cause e affidarne le sintesi a firme assai qualificate. 

L’impatto fu veramente notevole. In brevissimo tempo lo “Stile Repubblica” si impose nelle redazioni e nelle edicole, dimostrando che la sfida lanciata, cioè quella di puntare alla leadership assoluta dell’informazione su carta stampata, era tutt’altro che un eccesso utopistico. L’impresa nasceva da un’idea del tutto nuova; a partire dalla confezione del prodotto. 

Il formatocarta introduceva in Italia il “Tabloid europeo” . Prima conseguenza di questa scelta era il “format” degli articoli, in qualche modo chiamati a concetti più concisi, a una intensità di approccio da cui derivava un linguaggio mai letto prima. La stessa grafica di impaginazione rivoluzionava ciò che si era conosciuto fino a quel momento. A partire dai caratteri della titolazione e dei testi (nasceva il mitico font “Eugenio” in omaggio al visionario cofondatore di tutta quanta l’impresa editoriale) per terminare, com’è necessario, alla qualità dei contenuti. 

Proprio su questo versante si scopre una formazione di giornalisti, alcuni già affermati professionisti in arrivo da altre testate nazionali, altri profili emergenti di una professione in fase di grande slancio a livello globale. 

Di fatto il team redazionale, la novità di prodotto e la qualità complessiva che ne scaturisce, conferiscono a “La Repubblica” un ruolo di traino fin dal primo giorno. E si tratterà solo dell’inizio di una marcia trionfale che le consentirà di conquistare quelle vette di autorevolezza e di tendenza che solo pochi anni prima apparivano francamente irreali. 

L’elenco de protagonisti di questa splendida avventura tutta italiana si trasforma in una cavalcata nel gotha del “giornalismo di punta” della seconda metà del Ventesimo secolo. A partire, questo è ovvio, da Eugenio Scalfari, fondatore con Carlo Caracciolo e poi direttore responsabile per una ventina d’anni. Con loro i “grandi” osservatori storici del giornalismo italiano che ricordiamo in ordine sparso a partire dai collaboratori della “prima ora” da Natalia Aspesi a Corrado Augias, da Furio Colombo a Guido Viola, Beniamino Placido, Curzio Maltese. 

Dai direttori successivi, Ezio Mauro, Mario Calabresi, Maurizio Molinari, all’attuale, Mario Orfeo. Senza dimenticare i mitici Giorgio Bocca, Gianni Brera e i suoi neologismi calcistici. Le splendide prove d giornalismo d’inchiesta firmate Giuseppe D’Avanzo, le mitiche vignette di Giorgio Forattini e i trenta “Tour de France” ciclogastronomici di Gianni Mura. Il tennis-poesia di Gianni Clerici e gli affreschi sportivi a tutto tondo di Emanuela Audisio fino ad arrivare, nel corso degli anni, a Michele Serra e Francesco Merlo nell’anfiteatro di uno scenario a netta impronta laica che è passato, grazie all’ultimo Scalfari, attraverso un intenso, esclusivo carteggio con Papa Francesco. 

 Una grande storia tutta italiana che vuole festeggiare il pro-prio mezzo secolo di vita con una serie di incontri/evento insieme alla vastissima platea di amici, di compagni di viaggio e di semplici ammiratori di prestigio.  Fino al prossimo 15 marzo, le Gallerie del “Mattatoio di Roma” ospiteranno le immagini, le parole, i volti che hanno raccontato e ancora oggi accompagnano la voglia di battersi per un’Italia più moderna, più bella perché più giusta. L’ingresso è gratuito. E’ sufficiente prenotarsi.