C’è un’Italia che cresce, lavora e compete ogni giorno lontano dai confini nazionali. È l’Italia delle imprese, dell’export, delle relazioni economiche costruite con pazienza nei mercati esteri. A sostenerla, spesso lontano dai riflettori, sono le Camere di Commercio Italiane all’Estero, una rete strategica che rappresenta uno degli strumenti più efficaci della proiezione economica del Paese nel mondo.
Settantotto Camere operative in cinquantasei Paesi, oltre ventimila imprese associate, più di trecentomila contatti d’affari ogni anno: numeri che raccontano una struttura viva, radicata nei territori, essenziale soprattutto per le piccole e medie imprese italiane, che trovano nelle CCIE un primo, concreto supporto all’internazionalizzazione.
Negli ultimi anni, anche a fronte di uno scenario geopolitico complesso e di mercati sempre più competitivi, le CCIE hanno ampliato le proprie attività, arrivando a programmare nel 2025 interventi per oltre 50 milioni di euro. Uno sforzo significativo, sostenuto in larga parte con risorse proprie, che dimostra il dinamismo e la responsabilità di queste strutture.
È in questo contesto che va letto il dibattito sulla Legge di Bilancio 2026. Il Governo ha riconosciuto la centralità delle Camere di Commercio all’estero, prevedendo un incremento del cofinanziamento e aprendo un confronto politico serio sulla necessità di rafforzarne il sostegno. Un passaggio importante, perché segna un cambio di passo: il tema non viene più considerato marginale, ma parte integrante delle politiche per il Made in Italy.
Un segnale concreto è arrivato con l’emendamento presentato dall’onorevole Nicola Carè, discusso e approvato dal Governo nella seduta n. 589.
L’approvazione, seppur con riformulazione, rappresenta un riconoscimento politico rilevante del ruolo svolto dalle CCIE e della necessità di accompagnarne l’azione con strumenti adeguati e sostenibili per i conti pubblici.
La riformulazione dell’emendamento va letta non come un arretramento, ma come una scelta di equilibrio: una soluzione che consente di rafforzare il quadro di riferimento, mantenendo attenzione alla responsabilità finanziaria e aprendo la strada a interventi progressivi e strutturali.
È il segno di un Governo che preferisce costruire riforme solide, piuttosto che interventi estemporanei.
Anche l’impegno parlamentare collegato alla misura va nella stessa direzione: assicurare alle Camere di Commercio all’estero una quota significativa delle risorse disponibili, valorizzando programmi promozionali già realizzati e incentivando una programmazione sempre più efficiente e mirata.
In un momento storico in cui l’Italia punta con decisione sulla crescita dell’export, sulla tutela del Made in Italy e sul rafforzamento della propria presenza economica globale, investire sulle CCIE significa investire su un modello che funziona. Un modello che unisce pubblico e privato, istituzioni e imprese, visione strategica e conoscenza dei territori.
Il passo compiuto con la Legge di Bilancio e con l’emendamento Carè va riconosciuto come tale: un segnale positivo e concreto. Ora la sfida è dare continuità a questo percorso, accompagnando nel tempo una rete che ha dimostrato di saper trasformare le risorse in risultati, a beneficio non solo delle imprese, ma dell’intero sistema Paese.
Perché un’Italia che esporta, innova e cresce all’estero è un’Italia più forte anche dentro i propri confini.

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