Comites presenta studio su diaspora e politica 

i Emanuele Esposito

Una sala attenta, un tema che tocca nervi scoperti della comunità italo-australiana, e una domanda che pesa più di molte polemiche sul voto estero, oggi più che mai attuale e divisiva: avere il diritto di votare significa automaticamente poter votare in modo consapevole?

È con questo interrogativo che si è aperta la serata di presentazione al COASIT di Melbourne del volume Diasporas, Voting and Linguistic Justice – A Study of Second- and Third-Generation Italo-Australians, firmato da Matteo Bonotti, Chiara De Lazzari e Narelle Miragliotta. 

Lo studio, commissionato e finanziato dal Comites di Melbourne, cerca di fare chiarezza su un “elefante nella stanza” poco discusso: la distanza tra i cittadini italiani all’estero e il Paese di origine non è solo geografica, ma anche linguistica. 

Senza una reale padronanza della lingua, la cittadinanza rischia di restare un semplice timbro, e il diritto di voto può trasformarsi in un atto formale senza consapevolezza.

Durante la serata non sono mancati ringraziamenti a chi ha sostenuto il progetto negli anni. Un pensiero particolare è stato rivolto al Comites e a chi ha accompagnato il lavoro con “supporto e pazienza” tra alti e bassi, fino al risultato finale.

È stato citato anche il contributo organizzativo che ha reso possibile il lancio del libro, percepito come un traguardo condiviso: “finalmente siamo arrivati qui e abbiamo il libro”.

Il volume nasce da dati globali e da un caso italiano significativo: decine di Paesi riconoscono diritti politici a emigrati e discendenti; l’Italia, dal 2001, consente il voto dall’estero per elezioni nazionali e referendum, attraverso la Circoscrizione Estero e il voto per corrispondenza.

Ma questa apertura pone un problema pratico: molti cittadini di seconda e terza generazione, nati e cresciuti fuori dall’Italia, non padroneggiano l’italiano a sufficienza per orientarsi tra complessità politica, media e strumenti elettorali. Quando la comprensione è fragile, la partecipazione può diventare casuale, mediata o dipendente da altri.

Il concetto chiave emerso è quello di giustizia linguistica: uno Stato che concede diritti politici a cittadini non residenti deve anche garantire le condizioni per esercitarli pienamente.

Tradotto in termini concreti: non basta spedire la scheda, serve mettere le persone nelle condizioni di capire linguaggio, temi, strumenti e procedure. Votare significa leggere, interpretare, distinguere, scegliere: tutto passa dalla lingua. La ricerca si è basata su un approccio “misto”, combinando dati empirici e teoria. Tra il 2021 e il 2022, un questionario online ha raccolto 204 risposte valide tra seconde e terze generazioni; a queste si sono aggiunte 47 interviste in profondità e colloqui con stakeholder e figure istituzionali e mediatiche.

Un dettaglio emerso con forza: nonostante fosse possibile usare l’italiano, molte conversazioni si sono svolte in inglese, segno di un rapporto spesso “culturale” con la lingua, ma non sempre solido sul piano politico.

Tra i risultati più significativi, l’identità culturale prevale su quella politica: l’italianità è spesso vissuta come appartenenza culturale, non come partecipazione attiva alla comunità politica. La partecipazione elettorale informata rimane limitata e, in assenza di accesso diretto alle informazioni, entrano in gioco scorciatoie: famiglia, amici, reti sociali, opinioni filtrate. Tra le proposte emerse: materiali bilingui, linguaggio chiaro e accessibile, promozione di opportunità di apprendimento anche in inglese e percorsi di rafforzamento linguistico. 

Un investimento che non riguarda solo la diaspora, ma la qualità stessa della democrazia italiana nel mondo.