Confermato il decreto Tajani: effetti su cittadini all’estero

di Emanuele Esposito

La decisione della Corte costituzionale sul decreto-legge 36/2025 sulla cittadinanza non è soltanto un passaggio tecnico. È, prima di tutto, un segnale politico e giuridico che incide direttamente su milioni di italiani nel mondo.

La Consulta, almeno secondo il comunicato diffuso, non ha demolito l’impianto della riforma. Al contrario, ha respinto nel merito alcune delle questioni sollevate dal Tribunale di Torino e ha dichiarato inammissibili altre censure. Tradotto in termini semplici: la stretta sullo ius sanguinis resta in piedi.

Per chi vive fuori dall’Italia, questa decisione ha un significato preciso. Negli ultimi anni, il tema della cittadinanza per discendenza è diventato uno dei punti più delicati del rapporto tra lo Stato italiano e la sua diaspora. Milioni di persone nel mondo hanno diritto a rivendicare la cittadinanza sulla base della discendenza da un antenato italiano, un principio che per oltre un secolo ha rappresentato uno dei pilastri dell’identità nazionale diffusa nel mondo.

Il decreto del governo interviene proprio su questo terreno, introducendo limiti più stringenti, in particolare per chi è nato all’estero ed è cittadino anche di un altro Paese. In sostanza, la norma stabilisce che, in determinate condizioni, queste persone devono essere considerate come se non avessero mai acquisito la cittadinanza italiana, salvo alcune eccezioni legate a termini di domanda o a legami familiari più diretti con l’Italia. Fino a oggi, il principio dominante era quello della trasmissione quasi automatica della cittadinanza per discendenza, anche dopo molte generazioni.

La questione sollevata dal Tribunale di Torino riguardava proprio questo nodo: si contestava che la norma introducesse una sorta di taglio temporale – prima o dopo il 28 marzo 2025 – e che potesse incidere su diritti già maturati. Ma la Corte, almeno in questa fase, non ha ritenuto queste obiezioni sufficienti per dichiarare incostituzionale la norma. La conseguenza è chiara: il legislatore mantiene la sua discrezionalità nel ridefinire i criteri della cittadinanza, anche quando questi riguardano italiani residenti all’estero. Per mesi abbiamo assistito a un coro di accuse pesantissime. C’è chi ha parlato di deriva autoritaria, chi ha evocato il fascismo, chi ha sostenuto che questa scelta del governo guidato da Giorgia Meloni e sostenuta dal ministro degli Esteri Antonio Tajani fosse addirittura incostituzionale.

La Corte costituzionale, il massimo organo di garanzia della Repubblica, non ha smontato il decreto e non ha ritenuto fondate le principali obiezioni avanzate contro la riforma. È un passaggio che chiarisce molte cose e che dovrebbe invitare a maggiore prudenza chi, troppo spesso, usa parole come “fascismo” o “attacco alla democrazia” con una leggerezza che finisce per svuotarle di significato.

Il prossimo 16 aprile la Corte costituzionale dovrà esprimersi sull’intero impianto della nuova normativa sulla cittadinanza. Sarà quello il momento decisivo per capire se la riforma potrà restare integralmente in vigore o se verranno richieste modifiche.

Per anni molti di coloro che oggi gridano allo scandalo non hanno fatto nulla per affrontare seriamente il tema della cittadinanza italiana nel mondo. Non hanno risolto il caos amministrativo nei consolati, non hanno riformato le procedure, non hanno affrontato il nodo delle richieste accumulate. Forse sarebbe il caso di fare un passo indietro e un esame di coscienza politico e culturale. E forse una riflessione dovrebbero farla anche gli italiani all’estero che continuano a votare chi, negli anni, non ha affrontato davvero questi problemi. Perché la cittadinanza italiana nel mondo è una questione seria. Riguarda identità, diritti, storia e appartenenza. Non può essere ridotta a uno slogan politico o a una bandiera ideologica. La decisione della Consulta non chiude il dibattito, ma lo riporta su un terreno più concreto: quello delle regole, della responsabilità politica e della necessità di costruire finalmente una politica seria per gli italiani nel mondo. E, soprattutto, ricorda una cosa fondamentale: le istituzioni della Repubblica esistono proprio per distinguere tra propaganda e diritto. E oggi, almeno per ora, il diritto non ha smentito il decreto sulla cittadinanza.