di Emanuele Esposito
C’è una tentazione, quasi automatica, ogni volta che un partito populista cresce nei sondaggi: raccontarlo come l’inizio di una rivoluzione. È successo nel Regno Unito con Reform. Sta succedendo, a cicli alterni, anche in Australia con One Nation. Ma la storia insegna che non tutto ciò che fa rumore cambia davvero il sistema. Prendiamo Pauline Hanson. Negli anni ’90 sembrava l’inizio di una nuova era. Una voce anti- establishment, diretta, senza filtri, capace di intercettare rabbia e frustrazione. Un fenomeno politico che molti davano per strutturale. E invece? Un’onda. Forte, sì. Ma pur sempre un’onda.
One Nation ha avuto picchi, ritorni, ricadute. Ha inciso nel dibattito, ha influenzato il linguaggio politico, ma non ha mai davvero scalzato i grandi partiti. Non ha mai costruito quel radicamento territoriale e istituzionale necessario per trasformare il consenso momentaneo in potere duraturo. Ed è qui che il parallelo con il Regno Unito diventa interessante. Reform UK, come One Nation, cresce dove c’è una frattura sociale irrisolta. Nel caso britannico, la Brexit. In Australia, il tema dell’identità, dell’immigrazione, del rapporto tra centro e periferia. Ma crescere nel disagio non significa automaticamente diventare alternativa di governo.
Serve struttura. Serve classe dirigente. Serve tempo. E soprattutto serve qualcosa che il populismo spesso non ha: la capacità di passare dalla protesta alla proposta. C’è poi un’altra analogia, meno evidente ma forse più significativa: quella che potremmo chiamare “effetto meteora”. L’illusione di una crescita inarrestabile che in realtà si scontra con la complessità del sistema politico.
Un po’ come certe esperienze nell’Europa dell’Est o nei Balcani l’“effetto albanese”, se vogliamo usare una provocazione – dove movimenti nati sull’onda della protesta si sono consumati rapidamente, incapaci di trasformare il consenso in governance. Fiammate intense, ma brevi. È uno schema ricorrente: il populismo accende, ma raramente consolida. E allora la domanda diventa inevitabile: toccherà anche al Australian Labor Party la stessa sorte dei loro “compagni” londinesi?
La risposta, se si guarda con freddezza, è meno drammatica di quanto sembri. I grandi partiti, sia in Australia che nel Regno Unito, hanno una resilienza che spesso viene sottovalutata. Possono perdere terreno, attraversare crisi interne, essere contestati. Ma hanno una struttura, una storia, una presenza territoriale che i movimenti populisti faticano a replicare.
Il vero rischio, semmai, non viene dall’esterno. Viene dall’interno. È la stessa lezione che arriva da Londra: non sono i piccoli partiti a far cadere i grandi. Sono le divisioni interne, le guerre di corrente, l’incapacità di tenere insieme visioni diverse. Se il Labor australiano dovesse mai entrare in crisi, non sarà per One Nation. Sarà per sé stesso.
Perché il populismo può erodere consenso, può influenzare il dibattito, può costringere a cambiare agenda. Ma difficilmente, da solo, sostituisce un sistema. Alla fine, la politica è meno spettacolare di quanto sembri. Le rivoluzioni annunciate spesso si trasformano in correzioni di rotta. E le onde, per quanto alte, prima o poi si infrangono.
