Ah, la burocrazia! Quella meravigliosa invenzione che trasforma anche la più semplice delle azioni – aprire un conto, richiedere un certificato, prenotare un appuntamento – in un’odissea degna di un romanzo epico. Tra timbri, moduli e autocertificazioni, ci si sente un po’ Indiana Jones, armati solo di penna biro e pazienza infinita.
Prendiamo, ad esempio, il famigerato “Modulo di Richiesta di cui al decreto 3 ottobre 2012, comma 6, paragrafo 2, punto h, secondo capoverso”. Sì, avete letto bene: una pagina intera dove bisogna indicare se la richiesta è urgente o meno, se l’urgenza è giustificata dall’urgenza o da motivi che rendono l’urgenza particolarmente urgente, senza dimenticare la sezione dedicata alla firma digitale, che deve essere apposta su timbro quadrato (non tondo) con inchiostro invisibile… o forse era blu? La memoria vacilla e il cuore trema.
E poi c’è il burocratese: frasi come “Ai fini della presente, si rende necessario procedere alla verifica della sussistenza dei requisiti di cui al paragrafo 3, comma 2, lettera c, sottopunto iii, ai sensi della normativa vigente”. Tradotto per i comuni mortali? “Ci serve solo il tuo sangue, sudore e lacrime, e magari tre foto formato tessera che non hai mai fatto.”
Ma il bello della burocrazia sbadata è che non sbaglia mai… almeno fino a quando sbaglia davvero. Così scopri che il modulo che hai compilato alla perfezione era il modulo dell’anno precedente non aggiornato sul sito web ma disponibile da un comunicato stampa ad hoc, la data di presentazione non era corretta, oppure mancava l’allegato F che nessuno sa esattamente cosa sia. E ricominci da capo, con lo stesso entusiasmo di chi si iscrive a una maratona… in pantofole.
E tu resti lì a fissare il foglio, cercando disperatamente di apprendere un’arte sottile capace di trasformare ogni cittadino in un campione olimpico di sopravvivenza amministrativa.
