Ducati e Signorie

Oh, il passato… Quanto piacciono ancora i titoli nobiliari? In molti, in qualche modo, cercano di acchiapparne qualcuno anche a secoli di distanza da un medioevo, che ovviamente disprezzano come “tempi bui”. 

Si parte dal Delegato della Veneranda Fabbrica della Passera Scopaiola per finire al titolo ormai quasi scomparso di Protonotaro della Congrega del Raviolo Errante. Il tutto da suggellare in qualche pagina di giornale o un sito web per fare bella figura.

Dall’altra parte, c’è chi di Signori ne cerca solo uno, accompagnandosi con i versetti del dizionario teologico o qualche altro testo mistico, avendo fatto la pernacchia (bonariamente) al colosso delle telecomunicazioni, ai “Berlusca” d’Australia. E buon per lui, che almeno ci crede e non lo fa per fini economici.

E così, tra una nomina altisonante e una foto ben incorniciata, si consuma questo piccolo teatro delle vanità contemporanee. Titoli che un tempo implicavano responsabilità, potere reale, talvolta anche sacrificio, oggi si riducono a ornamenti da salotto, utili più a riempire biglietti da visita che a costruire qualcosa di concreto.

Ma il punto non è tanto il titolo in sé, che può anche divertire, quanto l’illusione che esso basti a dare sostanza. Perché la sostanza, quella vera, non si eredita e non si stampa in corsivo sotto un nome: si costruisce. Lentamente, spesso in silenzio, senza bisogno di proclami. Mentre alcuni rincorrono titoli sempre più improbabili, altri scelgono una strada opposta, quasi controcorrente. Pensano a dare qualcosa alla nostra comunità senza pretendere etichette in cambio, persino senza riconoscimenti pubblici. Se il titolo arriva, che ben venga, ma senza costruirsi l’immagine di grande patriota filantropo delle proprie tasche.

In mezzo, ci siamo noi. Spettatori e, a volte, complici. Pronti a sorridere di queste scenette, ma anche, ammettiamolo, un po’ affascinati da quell’antico richiamo all’onore, alla distinzione, alla “grandezza” e dal poco coraggio nel vivere con dignità il presente.