Domani ricorre l’anniversario di due importanti 25 aprile. Per noi in Australia, questa data richiama sia gli eventi della Grande Guerra, con lo sbarco delle truppe australiane e neozelandesi (ANZAC) nello stretto dei Dardanelli il 25 aprile 1915, sia la liberazione dell’Italia, con l’insurrezione generale proclamata dal futuro presidente Sandro Pertini a Radio Milano Libera il 25 aprile 1945.
Va detto che, sebbene entrambe le date occupino un posto centrale nella memoria nazionale dei rispettivi popoli, restano segnate da una certa inquietudine. La campagna di Gallipoli fu infatti una disfatta totale, che costò la vita a migliaia di soldati delle truppe dell’Impero britannico. Mentre i comandi inglesi insistevano per aprire un nuovo fronte contro l’Impero Ottomano, era evidente quanto fosse rischioso far sbarcare giovani soldati su coste dominate dall’alto dalle mitragliatrici nemiche. Più che celebrare una vittoria, la commemorazione di domani richiama il sacrificio di tanti giovani che, senza piena consapevolezza di ciò che li attendeva, persero la vita in nome della libertà.
Arriviamo così al 25 aprile italiano della Seconda Guerra Mondiale. Dopo l’8 settembre 1943, l’Italia si ritrova divisa in due: da Palermo a Salerno avanzano le truppe alleate. Prima oltre la linea Gustav, poi oltre quella Gotica, si combatte una lunga guerra di liberazione. Eppure esiste una parte del Paese che non ha conosciuto direttamente né la Resistenza né la Liberazione così come vengono comunemente raccontate.
In entrambi i 25 aprile, quindi, non mancano le occasioni per il dibattito. C’è chi sostiene che, invece di soffermarsi sulla sconfitta degli ANZAC, si dovrebbe celebrare la vittoria australiana sulla pista di Kokoda; e chi ritiene che il 25 aprile debba essere un momento per ricordare tutti i caduti della guerra civile italiana, compresi quelli di Salò.
Gallipoli ci ricorda errori e sacrificio; la Liberazione le contraddizioni e le ferite di una guerra civile. Forse, il senso più profondo di questa ricorrenza sta proprio nel tenere insieme queste tensioni: memoria e critica, orgoglio e dolore, identità e responsabilità. Non per semplificare la storia, ma per accettarne la complessità e, da essa, trarre una lezione per il presente.
