Giovani usa e getta

La retorica “aiutiamo i giovani” sembra essersi placata. Probabilmente, adesso che i giovani si sono “inseriti”, il tema non fa più notizia. O forse, più semplicemente, non conviene più parlarne. Per anni li abbiamo evocati come emergenza nazionale, come promessa da non tradire, come investimento sul futuro. Poi, una volta assorbiti nei meccanismi della precarietà anche nel nostro contesto comunitario, il dibattito si è dissolto nel silenzio.

Inseriti dove? In una comunità che li accoglie a tempo determinato, per fare figura e dire “guarda quanti giovani ci sono nella mia associazione”, che gli offre chissà magari quale contratto di lavoro e poi li sostituisce con facilità. Inseriti in un sistema che chiede sempre più flessibilità ma offre incertezza, che pretende competenze sempre nuove ma fatica a garantire stabilità. È un’integrazione apparente, che somiglia più a un adattamento forzato che a una reale valorizzazione.

Ma dietro l’elogio della resilienza dei nostri giovani si nasconde spesso l’assenza di prospettive. Il giovane ideale diventa così quello che non reclama, che non protesta, che si accontenta di “fare esperienza”. Esperienza che, però, non sempre si traduce in diritti.

E mentre si celebra l’innovazione, si dimentica la continuità. Si investe in progetti a breve termine, in bandi, in incentivi temporanei, ma raramente si costruiscono percorsi solidi. Il risultato è una generazione sospesa: qualificata, connessa, ma fragile. Una generazione che contribuisce al sistema senza sentirsi davvero parte di esso.

Forse il problema non è l’assenza di talento nella nostra comunità, ma l’assenza di visione. Non basta inserire i giovani: occorre credere in loro come soggetti stabili della comunità, non come risorse intercambiabili, da gettare quando non sono più utili. Altrimenti uno dopo l’altro, quelli che dovrebbero abitare il nostro futuro, ci lasceranno.