Vuoto a perdere

C’è stato un periodo, in Australia, tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, quando bastava essere iscritti a un’associazione politica, cellula estera di un determinato politico italiano, per fare carriera veloce. 

Tra questi, c’è chi ha preso il posto alla radio senza mai essere stato davanti ad un microfono, chi si è ritrovato funzionario governativo e chi ha ottenuto una cattedra in qualche università senza un titolo, riciclando magari le stesse ricerche e costruendo percorsi accademici più sulla militanza che sul merito.

Erano anni in cui le appartenenze contavano più dei curriculum e le reti di relazione pesavano più delle pubblicazioni o dell’esperienza. In alcuni ambienti culturali e mediatici, si respirava un clima in cui l’impegno ideologico apriva porte che altrimenti sarebbero rimaste chiuse, creando una sorta di circuito autoreferenziale: chi era dentro favoriva chi condivideva la stessa linea, consolidando un sistema che si autoalimentava e faceva terra bruciata.

Ancora oggi si aggirano nella nostra comunità alcuni residuati da Guerra Fredda, con il loro attivismo sterile e divisivo, il cui unico scopo sembra essere quello di continuare la lotta. Parlano di oppressione sistemica mentre vivono comodamente in sobborghi dove le abitazioni valgono milioni di dollari. Per Berlinguer erano i “comunisti con il Rolex”.

Sono gli stessi che si dichiarano profondamente sensibili alle cause delle popolazioni indigene, senza aver mai trascorso un’ora a Mount Druitt, lontano dai loro circoli culturali. Gli stessi che inneggiano al pan-arabismo senza aver mai messo piede a Lakemba oppure a Fairfield… “posti fuori dalla mia zona”. 

È un attivismo da salotto, fatto di slogan e posture morali, più che di presenza reale e responsabilità concreta. Una militanza vuota e lontana dal confronto reale  con la complessità del territorio e delle persone che dice di voler, in qualche modo, rappresentare.