L’Italia se ne va (e la politica finge di non vederla)

di Emanuele Esposito

Non è un’Italia che invecchia quella che cresce oltreconfine.

È un’Italia giovane che scappa. E non scappa per spirito d’avventura, ma per legittima difesa. I numeri non sono neutri, non sono freddi, non sono “tecnici”. Sono un atto d’accusa. Gli italiani che partono hanno meno di 33 anni. Studiano, lavorano, parlano lingue, si adattano. Sono la parte migliore del Paese, quella che dovrebbe costruire il futuro e che invece viene spinta fuori dai confini come un corpo estraneo.

Oltre 156 mila partenze in un solo anno. +36,5% rispetto al 2023. Più di 6,3 milioni di italiani residenti all’estero: massimo storico. E davanti a questo dato la politica fa quello che sa fare meglio: normalizza. Cambia le parole, addolcisce il racconto, parla di “mobilità”, di “internazionalizzazione”, di “cittadini del mondo”.

È una bugia elegante per non dire la verità: l’Italia non trattiene più i suoi figli. A rendere il quadro ancora più ipocrita ci ha pensato lo Stato stesso. Con le sanzioni sull’AIRE ha scoperto improvvisamente milioni di italiani che già vivevano all’estero da anni. 

Non li ha cercati per aiutarli, ma per multarli. Un obbligo amministrativo trasformato in strumento punitivo, utile solo a gonfiare statistiche e far finta di “monitorare” il fenomeno. Prima li ignori, poi li sanzioni. È così che uno Stato perde credibilità.

Le rotte sono chiare: Europa soprattutto, Germania in testa. Spagna in forte crescita. Svizzera, Francia, Regno Unito. Poi gli Emirati Arabi Uniti, nuova frontiera di chi cerca lavoro vero, stipendi veri, prospettive vere. Non è il mito dell’estero a spingere via i giovani: è il fallimento del sistema Italia.

A svuotarsi sono le province piccole, interne, meridionali. Enna, Agrigento, Potenza, Vibo Valentia, Campobasso. Il Mezzogiorno profondo. 

Le aree interne. I territori già fragili. Perdono chi studia, chi innova, chi potrebbe restare se solo avesse un motivo per farlo. È una selezione naturale al contrario: chi può parte, chi non può resta.

Le grandi città tengono solo perché hanno massa critica. Roma ha centinaia di migliaia di iscritti AIRE, ma il dato “regge” perché è grande. Non perché stia funzionando. È la differenza tra sopravvivere e guarire: l’Italia oggi fa solo la prima cosa.

E mentre tutto questo accade, il dibattito politico resta fermo a slogan vuoti. Si parla di “fuga dei cervelli” come se fosse una calamità naturale. Ma la verità è più scomoda: è una scelta politica protratta nel tempo, trasversale, bipartisan.

Salari bassi. Precarietà strutturale. Carriere bloccate. Nessuna politica industriale per i giovani. Zero valorizzazione del merito. Nessuna strategia seria per il rientro. Poi ci si stupisce se a 28 anni uno fa le valigie. 

Gli italiani all’estero non sono un problema da censire: sono una risorsa che lo Stato non ha saputo trattenere né accompagnare. L’AIRE serve, certo. Il portale “Dove siamo nel mondo” è utile, specie nelle emergenze. Ma sapere dove sono gli italiani non basta più. La vera domanda è: che progetto politico ha l’Italia per loro?

Non bastano bonus spot, non bastano annunci, non bastano tavoli tecnici. Serve un cambio di paradigma, netto, dichiarato.

Primo: rientro vero, non simbolico. Fiscalità agevolata stabile per almeno 10 anni per chi rientra. Non misure a tempo, non bandi incomprensibili. Casa, lavoro, servizi: chi torna deve sapere cosa trova.

Secondo: lavoro dignitoso, non retorica. Salari minimi reali, contratti stabili, incentivi alle imprese che assumono giovani qualificati in Italia, non all’estero. Basta competere al ribasso.

Terzo: aree interne come priorità nazionale. Chi va a vivere e lavorare nei piccoli comuni deve avere vantaggi reali: fisco, servizi, infrastrutture, sanità. Non slogan sul “borgo”, ma politiche di popolamento. 

Quarto: italiani all’estero come parte della nazione, non come appendice. Rappresentanza vera, servizi consolari funzionanti, voto sicuro, politiche di collegamento economico e culturale con l’Italia. Non solo quando servono i numeri. Se non si fa questo, il resto è propaganda. E un Paese che perde i suoi giovani non perde solo abitanti: perde tempo, futuro, potenza, identità.

L’Italia non ha un problema demografico. Ha un problema politico. E continuare a fingere che non sia così è la forma più elegante di resa.