Minimi storici per il rischio povertà in Italia

Se i numeri sono quelli che circolano e cioè una riduzione del rischio povertà in Italia ai minimi storici nel 2025, con il nostro Paese che diventerebbe migliore della Spagna, allora siamo davanti a un fatto politico prima ancora che statistico.

E, come sempre accade quando i fatti non si allineano alle narrazioni, qualcuno farà finta di niente. Altri proveranno a riscriverli. Altri ancora li contesteranno in blocco. Ma i dati, quando restano nel tempo, hanno un brutto vizio: resistono.

Per anni abbiamo assistito a un racconto cupo, quasi automatico: l’Italia come “caso disperato”, la povertà come destino irreversibile, il declino come unica traiettoria possibile. Un racconto utile, certo, perché alimenta l’opposizione permanente, quella che non deve mai riconoscere nulla se non il fallimento altrui. Peccato che la realtà, ogni tanto, si ostini a deviare dal copione.

Se davvero il rischio povertà scende mentre in altri Paesi europei sale, non siamo di fronte a un dettaglio tecnico. Siamo di fronte a un ribaltamento di percezione. E, inevitabilmente, a una domanda politica: che cosa ha funzionato?

Qui il punto non è la propaganda, ma la direzione di marcia. La stabilità del governo, spesso derisa come “immobilismo” da chi confonde il rumore con il movimento, può rivelarsi, in certi contesti, la condizione minima per consentire alle politiche economiche di produrre effetti. Le riforme non si misurano nei talk show, ma nei cicli lunghi. E soprattutto non si costruiscono a colpi di slogan o di misure estemporanee. E soprattutto non si costruiscono a colpi di slogan o di misure estemporanee. 

Per anni, una certa cultura politica ha coltivato l’idea che la povertà si combatta con la distribuzione immediata: bonus, sussidi, trasferimenti a pioggia, promesse di “abolizione” della povertà come se fosse una tassa da cancellare con un tratto di penna n una prospettiva di crescita sostenibile e duratura