di Franco Barilaro
Difendere l’equilibrio dei poteri vuol dire un No per tutelare la democrazia.
Qui non siamo davanti a una semplice riforma. Siamo davanti a una scelta che tocca l’ossatura della Repubblica.
La Costituzione stabilisce un principio chiaro: la magistratura è autonoma e indipendente da ogni altro potere. Non è un dettaglio scritto per caso. È la risposta a un passato in cui il potere politico controllava tutto, anche i giudici. È la lezione imparata a caro prezzo: chi governa non può avere voce su chi lo deve giudicare.
Questo referendum rompe quell’equilibrio. Il “sì” non è un voto tecnico, è un voto politico. È un voto che rafforza il peso del governo sulla giustizia. E quando il governo aumenta la propria influenza su un potere che dovrebbe restare terzo, il problema non è teorico: è concreto.
Ci viene detto che serve più efficienza, più controllo, più responsabilità. Ma controllo da parte di chi? Responsabilità verso chi? Se il potere esecutivo può incidere più direttamente sulle carriere, sugli equilibri, sugli organi che governano la magistratura, si crea una pressione inevitabile. E anche solo il dubbio che un magistrato possa essere condizionato dalla maggioranza di turno è un danno enorme per la credibilità dello Stato.
Il governo oggi non sta cercando di migliorare la giustizia investendo in personale, strutture, digitalizzazione, tempi dei processi. Sta scegliendo la strada più semplice e più pericolosa: cambiare gli equilibri tra i poteri. È un segnale chiaro. È la volontà di avere meno contrappesi, meno controlli, meno ostacoli.
Ma una democrazia matura non funziona così. Non è costruita sulla concentrazione del potere. È costruita sulla separazione, sulla diffidenza reciproca tra poteri, sulla possibilità che un giudice possa dire “no” anche al governo più forte.
Chi sostiene il “sì” prova a rassicurare, parla di modernizzazione, di allineamento ad altri modelli, di riforme necessarie. Ma la modernità non si misura dal numero di leve che si concentrano nelle mani dell’esecutivo. La modernità si misura dalla qualità delle garanzie che si offrono ai cittadini. E ogni volta che si riduce uno spazio di autonomia, anche solo di un passo, si riduce lo spazio di libertà di tutti.
Il “sì” promette una giustizia più ordinata, più governabile. Ma la giustizia non deve essere governabile dal potere politico: deve essere imparziale, anche scomoda, anche lenta quando serve a garantire i diritti. Una magistratura più esposta all’influenza del governo non sarà percepita come più efficiente, ma come meno libera. E quando la fiducia dei cittadini nella terzietà dei giudici si incrina, non si incrina solo un’istituzione: si incrina il patto stesso tra Stato e società.
Votare “sì” significa accettare che questo equilibrio venga spostato. Significa accettare che il governo possa mettere un piede dentro un ambito che la Costituzione ha voluto tenere separato. E quando si apre quella porta, richiuderla diventa difficile.
Non è una battaglia corporativa. Non è una difesa di categoria. È la difesa dei cittadini comuni. Perché quando si indebolisce l’indipendenza della magistratura, chi ha meno voce diventa più vulnerabile.
Se c’è qualcuno che ha bisogno di essere controllato quelli sono i politici. L’Indennità parlamentare non dovrebbe esser estesa per reati di frode.
Io voto convintamente NO!
Voto no perché non accetto che il governo allarghi il proprio raggio d’azione su chi dovrebbe controllarlo. Voto no perché la Costituzione non è un ostacolo da superare, ma un limite da rispettare. Voto no perché il potere, quando non trova argini, finisce sempre per travolgere chi è più debole.
La democrazia vive di equilibri. E se quegli equilibri si spezzano, non resta una riforma: resta un potere più forte e cittadini più soli.
