di Emanuele Esposito
Per chi vive fuori dall’Italia il rapporto con lo Stato passa spesso da atti formali, consolati, documenti, tribunali e decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza. È un rapporto delicato, fatto di fiducia ma anche di frustrazione, soprattutto quando le istituzioni sembrano lontane o poco trasparenti. È anche per questo che il referendum sulla giustizia riguarda direttamente gli italiani all’estero, forse più di quanto si voglia ammettere.
Il cuore della consultazione è semplice ma decisivo: chi giudica deve essere davvero terzo rispetto a chi accusa. In Italia oggi giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, condividono lo stesso sistema di autogoverno e possono persino passare da una funzione all’altra nel corso della carriera. Formalmente i ruoli sono diversi, ma strutturalmente fanno parte dello stesso corpo.
Questo assetto non mette in discussione l’onestà dei magistrati, ma crea un problema di percezione e di equilibrio che negli anni ha inciso profondamente sulla fiducia dei cittadini.
Per chi vive all’estero la fiducia nello Stato è ancora più centrale. Quando una controversia riguarda una successione, una cittadinanza, un riconoscimento anagrafico, una causa civile o penale, la sensazione di imparzialità della giustizia diventa fondamentale. La giustizia non deve solo essere giusta, deve anche apparire giusta. E questo vale ancora di più quando la distanza geografica amplifica ogni dubbio e ogni incertezza.
Il referendum propone una separazione netta delle funzioni tra chi accusa e chi giudica rendendo definitiva la scelta di carriera. Chi inizia come pubblico ministero resta pubblico ministero, chi sceglie di essere giudice resta giudice. Nessuna porta girevole, nessuna ambiguità. È una riforma che rafforza la terzietà del giudice e rende il processo più equilibrato, più leggibile e più credibile agli occhi di tutti, compresi i cittadini che vivono fuori dai confini nazionali.
Votare SÌ non significa indebolire la magistratura ma rafforzarne l’autorevolezza. Negli ultimi anni il sistema giudiziario italiano è stato attraversato da scandali e tensioni che hanno mostrato i limiti di un potere troppo concentrato e di dinamiche interne poco trasparenti. Separare le carriere significa ridurre il peso delle correnti, aumentare la chiarezza dei ruoli e restituire alla giustizia quella credibilità che è essenziale soprattutto per chi guarda all’Italia da lontano.
Un altro equivoco diffuso è che questa riforma favorisca i criminali.
Nulla di più falso. Ilreferendum non cambia i reati, non riduce le pene, non limita le indagini e non modifica il codice penale. Interviene solo sull’organizzazione delle funzioni, rafforzando le garanzie e l’equilibrio del processo. È una riforma di civiltà giuridica, non un cedimento sul fronte della legalità.
Per gli italiani all’estero la giustizia non è un tema astratto. Riguarda il diritto di essere riconosciuti, tutelati e rispettati dallo Stato di cui si è cittadini, anche vivendo altrove. Un sistema più equilibrato significa meno errori, meno arbitri, meno sfiducia e un rapporto più sano tra istituzioni e cittadini.
Questo referendum mette di fronte due scelte chiare. Da una parte la volontà di correggere una distorsione storica e rendere la giustizia più moderna, più trasparente e più affidabile. Dall’altra la decisione di lasciare tutto com’è, accettando che le criticità restino irrisolte. Per chi vive all’estero votare SÌ significa chiedere uno Stato più credibile, più equo e più vicino, anche quando la distanza è grande.
Non è una battaglia politica né ideologica. È una scelta di maturità democratica che riguarda tutti gli italiani, ovunque si trovino. Rafforzare l’equilibrio dei poteri significa rafforzare la libertà e i diritti di ciascun cittadino, in Italia come nel mondo.
